Quella religione chiamata rugby

Marco Pastonesi (La Gazzetta dello Sport) è in assoluto la penna più bella del rugby. Da leggere e rileggere.

Larrivière-Saint-Savin è un villaggio, un campanile e una chiesetta in Aquitania, nel profondo sud della Francia, dove si respira Atlantico e Spagna.  La chiesetta era un antico oratorio romano, eletto sacrestia della parrocchiale: demolita la parrocchiale, la chiesetta venne trasformata in cappella. Si chiama Notre-Dame-du-Rugby, nostra signora del rugby. In una delle vetrate, sotto la figura centrale della Vergine Maria, è dipinta una mischia. In un’altra vetrata, Maria conforta un giocatore ferito. E in un’altra vetrata ancora, la Madonna tiene fra le braccia Gesù, che ha fra le mani un pallone da rugby. In un’altra immagine, ai piedi della Vergine e del Bambino, i giocatori saltano in touche e il Bambino lancia il pallone. Catechismo ovale. La chiesetta di Larrivière-Saint-Savin è meta — il termine suona perfetto — di pellegrinaggio: ogni anno circa 12 mila persone, mille per mese, 30 al giorno, ovviamente più d’estate che d’inverno, visitano, venerano, ammirano, e anche pregano. Neogotica, di pietra nuda, Notre-Dame-du-Rugby è stata voluta non dall’International Board e neanche da un munifico e immaginifico sponsor, ma da un frate, l’abate Michel Devert, che riteneva il rugby come il migliore catechismo. Devert si è convertito all’ovale nel 1963, quando tre giocatori del Dax morirono in un incidente. Fra loro, anche Raymond Albaladejo, di una dinastia rugbistica. Quattro anni di lavori, e l’inaugurazione del vescovo di Dax. Da allora il rugby francese si è così preso a cuore la chiesetta da trasformarla nella sua Basilica di San Pietro.
Che il rugby sia una religione, i rugbisti lo sanno, lo sentono e lo tramandano. Non è un caso che l’uomo che introdusse il rugby in Galles, nel 1850, 27 anni dopo la storica trasgressione di William Webb Ellis (che corse con il pallone fra le mani invece che prenderlo a calci), fu un reverendo, Rowland Williams, del St. David’s College a Lampeter. Non è un caso che, sempre in Galles, e adesso anche nella pubblicità, si recita che il rugby è lo sport giocato in paradiso. Tant’è vero che il Millennium, lo stadio di Cardiff, ha il tetto apribile in modo che — così si predica — anche Dio possa guardare le partite. Stessi sentimenti e stesse preghiere anche dall’altra parte del mondo. In «L’arte del rugby» lo scrittore neozelandese Spiro Zavos spiega che «giocare e guardare il rugby era la nostra religione. I terreni dai quali seguivamo gli incontri erano le nostre cattedrali. I campi dove guardavamo giocare le squadre locali erano le nostre cappelle. I giocatori più bravi erano i santi e i teppisti avversari i peccatori. Gli arbitri che davano una punizione contro erano diavoli. Il grido di “Black! Black! Black!” che proveniva dagli spalti sotto forma di potente ruggito era la preghiera della Nuova Zelanda». E ancora: «Conoscevamo l’agiografia di tutti i più grandi giocatori: sapevamo come Bert Cooke, il piccolo, elettrizzante centro degli Anni Venti, un giocatore geniale, si infilò delle bottiglie di birra nelle tasche del cappotto per arrivare a pesare 60 chili».
La religiosità del rugby, o forse il rugbismo della religione, sta innanzitutto nei valori, quelli che fanno la differenza nella vita, e anche nello sport. Chiedete a qualsiasi giocatore di qualsiasi latitudine, livello e club, quale sia il valore numero 1, cioè il primo comandamento: vi risponderà «il rispetto». Il rispetto delle regole: non tanto quelle scritte — solo gli arbitri le hanno lette e studiate, costretti — ma quelle orali, quelle che s’imparano, a proprie spese, sul campo. Come subire maltrattamenti quando ci si trova in fuorigioco, semplicemente perché non si è autorizzati a essere lì. L’arbitro lascia correre, o finge di non vedere, o è il primo ad approvare. E come regolare i conti: un colpo proibito viene restituito silenziosamente alla prima occasione. E sulle tribune, si commenterà «well done», ben fatto. Il rugby appare come una religione monoteista, l’Ovale, in una terra promessa, Ovalia. Vanta un linguaggio e soprattutto un codice. Crea una ragnatela di legami e un senso di appartenenza. Più setta che popolo, più fedeli che seguaci, più fede che filosofia. Una volta battezzati, si rimane rugbisti per sempre. L’arbitro, a suo modo un missionario, deve salvare e salvaguardare lo spirito del gioco: non è uno spirito santo, e spiritoso in senso comico e alcolico lo diventerà solo finita la partita, nel terzo tempo. Lo spirito del gioco è durezza e ignoranza, è scontro e impatto, è lotta e battaglia, ma dentro i confini del regolamento. Aggressività non significa violenza. La frontiera è sottile, la terra di nessuno non esiste. Nell’alto livello, il professionismo ha elevato l’aspetto fisico e muscolare. E i rischi – di questo tutti i rugbisti sono consapevoli – esistono.

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