Marco Ermocida per Rugby Union Times
Anche quest’anno le squadre italiane in Challenge Cup sono state protagoniste di pesanti sconfitte.
Batoste non inaspettate quando giocatori semi-pro con rimborso spese partecipanti ad un campionato di basso livello si scontrano contro atleti professionisti abituati a tornei nazionali di spessore internazionale.
Numeri impietosi dicono di 3 vittorie in 24 partite, 26 mete fatte a fronte di 145 subite (1 ogni 13 minuti), 273 punti segnati e 1054 subiti (1 ogni 2 minuti).
E’ tutto questo strazio è anche costato 150.000€ alla Federazione, visto l’incentivo deciso ad inizio anno di 10.000 € per ogni punto conquistato dal club in questa edizione (15: 5 dai Crociati, 6 dal Petrarca, 4 dai Cavalieri).
Soldi buttati, sprecati, volti solo ad alimentare un circolo vizioso: debacle umilianti che danneggiano l’immagine del rugby nostrano, allontanano interesse di media, sponsor e, tranne nel caso di partite contro squadre di grido, pubblico dagli stadi.
Un circolo tenuto in piedi e difeso a denti stretti dai club a cui fa ancora comodo, nonostante il Campionato Italiano sia da quest’anno diventato semi-professionistico con una conseguente riduzione rilevante di spesa, il contributo di circa 300.000€ elargito dall’ERC alle squadre qualificate alla Challenge Cup.
Ma non si può certo andare avanti così: lo sa la FIR; ne è a conoscenza soprattutto il Board Europeo, tanto stufo di questa situazione non adatta a una Nazione partecipante al 6 Nazioni quanto indifferente di fronte alle vittorie contro team spagnoli/romeni e agli isolati successi miracolosi contro squadre d’elite.
Perciò, prima che lo imponga l’ERC, è davvero il caso di cambiare: per il bene del movimento.
Bando agli orticelli; fuori ogni inutile egoismo da bonus ERC. Per essere protagonisti in Campionato Italiano e Coppa Italia non servono grandi cifre: basta pianificare intelligentemente, evitare sprechi (acquisto e ingaggio di costosi stranieri inutili, per esempio), coinvolgere il territorio e valorizzare in primo luogo i giovani.
La soluzione ottimale c’è e l’ha creata, prima di abbandonarla per oscuri (…) motivi, la stessa FIR*: le Franchigie Zonali, 4 Super Club (Lupi? Dogi? Zebre? Duchi?) a controllo federale formati dai migliori giocatori di squadre attigue territorialmente (considerando come bacino esclusivamente le 10 di Eccellenza più alcune di Serie A1) da impiegare in Challenge.
Una svolta che darebbe valore aggiunto alla partecipazione italiana, aumentandone competitività, valore tecnico, interesse economico e mediatico, senza assolutamente dimenticare l’utilità che un progetto del genere avrebbe per il movimento e per la nazionale qualora desse soprattutto possibilità e spazio a giovani talenti momentaneamente fuori, per infortunio o scelta tecnica, dai roster celtici.
Ma quanto costerebbe questo investimento alla Federazione?
RugbyUnionTimes.com, ha ipotizzato un preventivo di costo annuale per una Franchigia impiegata in Coppa e in un apposito Torneo delle Franchigie** (un campionato da giocare per esempio durante 6 Nazioni e Test Match e il cui livello sarebbe senza dubbio maggiore di quello dell’Eccellenza e del Trofeo Eccellenza).
Uno studio di fattibilità il cui preventivo, consultabile nel dettaglio e scaricabile a questo link , ha valore indicativo quanto significativo.
Si è considerato una Franchigia composta da 24 giocatori convocati (di cui almeno 18 a referto di formazione italiana), guidata da uno staff di 7 persone (1 coach, 2 assistant, 1 video analyst, 1 dottore, 1 fisioterapista, 1 media officer, 1 bagagge master) indicato, per ovvi motivi di collaborazione, dalla FIR.
Ogni squadra sarebbe impiegata in almeno 12 matches: 6 di campionato + 6 di coppa.
Differenziando tra Campionato e Coppa, si è ipotizzato l’ammontare a partita del gettone per il giocatore convocato, del rimborso al club di appartenenza per tesserato utilizzato, del pagamento per ogni membro dello staff (interno o non alla FIR).
Allo stesso medo si è quotato viaggi e trasferimenti in Italia e in Europa, l’assicurazione e il vitto e alloggio (considerando i giorni di ritiro in aggiunta a quello della partita).
E’ stato infine stimato e aggiunto un valore di contingency a copertura di spese tecniche, logistiche, manageriali, di costi vari (strutture, noleggi, materiali), premi e voci non considerate o sottostimate.
Il risultato di questa analisi preventiva è il seguente:
Per ogni franchigia zonale, la FIR dovrebbe sostenere una spesa annua di almeno 985.000 € circa (600.000 € per la Challenge Cup e 385.000 € per il Campionato). Cifra che aumenterebbe a 1.130.000 € circa nel caso di qualificazione ai quarti di Coppa e alla finale del Campionato (14 partite in tutto).
In totale perciò le Franchigie Zonali costerebbero, secondo questa stima, almeno 4.000.000 € circa all’anno alla Federazione.

Senza contare eventuali sponsorizzazioni, considerando però il bonus ERC che, nell’auspicabile realizzazione di questo progetto, entrerebbe tutto nelle casse federali (circa 300.000 x 4 = 1.200.000 € circa ), in teoria la spesa effettiva da sostenere scenderebbe a 2.800.000 € l’anno, e cioè circa il 10 % del budget totale FIR (circa 28.000.000 €).
Sembrerebbe Fattibile dunque.
Ancor più poi tenendo conto che con questo investimento si valorizzerebbero un numero importante di giocatori italiani e si distribuirebbero risorse economiche a tutti i 12 club di Eccellenza/Serie A coinvolti; i quali a loro volta, gestendo in sinergia la franchigia, avrebbero inoltre modo di creare dell’ulteriore profitto dal ticketing, dal merchandising e da sponsorizzazioni di tipo locale.
Insomma si può. La spesa non è bassa ma il valore aggiunto del progetto è davvero molto alto.
Occorre dunque provarci, senza perdere troppo tempo e poi essere costretti da altri a fare pianificazioni frettolose (vedi Celtic League).
Se non si investe e non si innova, non si cresce ne si guadagna, ma si peggiora solo. E il rugby italiano non ne ha certo bisogno, specie in Challenge Cup.
Marco Ermocida
Lo studio è scaricabile qui http://www.mediafire.com/?561amhpt13i9suh
