Brunel: perché siamo innamorati dei francesi

Massimo Calandri per Repubblica

FEDERICA Pellegrini ha scelto Philippe Lucas e le vasche parigine. L’Italrugby scommette su Jacques Brunel. Alla disperata ricerca di un po’ di grandeur, lo sport italiano si affida all’entraineur, l’allenatore francese. Dicono sia questione di idee, di cultura, di freschezza. Di voglia di vincere, di empatia. Ma se l’olimpionica del nuoto ha già ufficializzato il suo rapporto, il movimento ovale – che allo straordinario successo di pubblico non ha ancorarisposto conirisultati sul campo – prova a prendere tempo. Dietro l’angolo c’è il Sei Nazioni: meglio non fare arrabbiare Nick Mallett, l’attuale commissario tecnico, che alle critiche del novembre scorso aveva risposto con un poco rugbistico«non capite un c…». E però i giochi sarebbero fatti, come ha confermato sulle colonne dell’Equipe lo stesso Brunel, 57 anni. Un ‘duro’ che nelle ultime stagioni ha guidato i catalani del Perpignan a due finali consecutive (una vittoria) nel campionato transalpino, e prima ancora ha forgiato per sei anni la mischia della Francia di Bernard Laporte, quella dell’epica vittoria sugli Ali Blacks ai Mondiali del 2007: «La Federazione italiana mi ha contattato per sapere se fossi interes -satoalposto.Hodettosì.Èun’occasione unica». Sulla carta l’appuntamento è per il prossimo ottobre, alla fine dei mondiali neozelandesi e del contratto con il ct di origine sudafricana che non ha mai del tutto convinto. Ma se al prossimo Sei Nazioni ci rifilassero l’ennesimo cucchiaio di legno, i tempi potrebbero maledettamente accorciarsi. Giancarlo Dondi, presidente Fir, non si scompone: «Non è questione di risultati, è questione di gioco». E di gioco con Mallett se ne è visto poco. Una striscia negativa di tredici sconfitte, e solo due mesi fa un placcaggio di Masi sul pilone figiano Ma’afu ci salvò da un altro imbarazzante ko. Gli azzurri fanno piccoli passi in avanti, mentre gli altri corrono. Nel mirino sono finiti i suoi assistenti, Orlandi e Troncon: la mischia ha perso il proverbiale impatto, i trequarti sono prevedibili. Forse i nostri non sono ancora pronti per un manager come Mallett. Forse ci vuole un allenatore, e basta. Uno come l’australiano Eddie Jones, che dopo il primo tempo con le Isole Figi sembrava vicinissimo. Uno come Brunel, oggi. «Ha dato la sua disponibilità, è vero. E conosce alla perfezione tutti i ragazzi. Ma non c’è ancora nulla di scritto», giura Dondi, l’uomo delle ‘rivoluzioni ovali’, del Sei Nazioni e della Celtic League. «Se non rinnoviamo con Mallett ad ottobre, è in pole position. Del resto, non so ancora cosa vuole fare Nick. E io devo garantire continuità al movimento». Quello che il presidente non dice è che era sulle tracce di Brunel da quasi dieci anni. Il transalpino piace per la rudezza, per la capacità di essere sempre aggiornato e di responsabilizzare i giocatori, per la maniera ossessiva con cui prepara le partite. Sabato scorso è venuto a Treviso con il suo club e ha rifilato una lezione di tattica e di furore agonistico ai veneti, soprattutto con gli avanti. Potrebbe trasformare la mischia azzurra in una autentica macchina da guerra. E poi la verità è che Dondi, come tutti gli italiani che amano il rugby, è perdutamente innamorato dei francesi. Un’empatia che ha radici lontane e profonde. Fu proprio il presidente a portare Georges Coste, l’uomo che cambiò la storia azzurra. Ci riprovò con Pierre Berbizier, ma quella volta non andò altrettanto bene: a tre minuti dal termine il nostro estremo fallì per qualche centimetro il calcio che ciavrebbeportatorraleprimeotto del mondo. Si chiamava David Bortolussi. Un oriundo francese

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