I primi 4 mesi di Celtic League

Da Rugby 1823

Il 2010 è entrato nella storia del rugby italiano per l’ingresso di Treviso e degli Aironi nella Celtic League. Quattro mesi di palla ovale celtica, ventidue partite giocate, sei vittorie. Ma anche Monigo e Zaffanella pieni di appassionati, cambi di tecnici, giovani italiani esplosi e delusioni cocenti. Dentro e fuori dal campo. E dopo un girone completato si può tirare una prima, sommaria, somma sull’avvenura italiana in Celtic League. Senza dimenticare che, le somme vere, si tireranno tra almeno un anno e mezzo.

Quello che seguirà, infatti, è solo il punto della situazione di un’avventura che è ancora “work in progress”. Nessun giudizio definitivo, quindi. Nessuna bocciatura senza appello, né esaltazioni premature. Solo una breve, lista, di quello che in questi primi mesi di Celtic League ha funzionato o meno nella storia degli Aironi e di Treviso.

I più celtici
1. Sei vittorie su undici partite. Il girone d’andata del Treviso è, da un punto di vista sportivo, qualcosa che pochi avrebbero immaginato il giorno dell’esordio. Mancano i punti di bonus, che pesano in classifica, ma i veneti sono a un solo successo di distanza da chi lotterà per i playoff.

2. Comunicazione 2.0. Un sito internet funzionale, un canale tv su Youtube aggiornato con tutti gli highlights, fotografie offerte da una delle agenzie più importanti e la gestione della pagina di Facebook di alta qualità. La comunicazione degli Aironi è già proiettata al professionismo, anni luce davanti al rugby italiano.

3. Giovani azzurri. Nonostante le continue polemiche sui troppi stranieri, è innegabile che l’avventura celtica sta facendo crescere esponenzialmente una generazione di rugbisti italiani che, difficilmente, avrebbero potuto migliorare restando nel vecchio Super 10. Da Giulio Toniolatti a Tito Tebaldi, da Paul Derbyshire a Tommaso Benvenuti, da Lorenzo Cittadini a Simone Favaro. Senza dimenticare i Pavanello, gli Zanni, i Pratichetti, Staibano, Bernabò, Sgarbi, Ghiraldini che finalmente si confrontano settimanalmente con l’alto livello. Sperando che, presto, lo stesso accada per Buso, Benettin, Gori, Bocchino e gli altri azzurri che avranno occasione di crescere in maniera importante.

4. Stranieri di valore. Ok, qualche sola se la sono presa anche a questo giro. Il Laharrague d’inizio stagione, o il Maddock trevigiano, per esempio. Ma giocatori come Botes, Marshall, De Waal (esploderà, aspettate e vedrete), i due Williams, Krause, e Van Zyl sono giocatori di livello che meritano il posto che si sono guadagnati.

5. Massacri evitati. Chi si aspettava delle ripassate storiche è rimasto deluso. Qualcuno, ironicamente, si è chiesto come avrei commentato un 60-17 subito dalle italiane (risultato di Ospreys-Scarlets). L’avrei commentato per quello che era, una lezione pesante. Lezione che, a oggi, Aironi e Treviso non hanno dovuto seguire, visto che i maestri celtici hanno vinto, ma mai stravinto. E, forse, questo è il risultato migliore delle italiane, ancor più dei sei successi di Treviso.

I meno celtici
1. Zero vittorie in undici partite. Non ci sono giri di parole da fare quando un intero girone si chiude senza un successo. Gli Aironi hanno iniziato con grande difficoltà l’avventura celtica e a oggi non hanno ancora portato a casa una vittoria. Il successo con Biarritz è stato un buon segnale, come le ultime prestazioni, ma la strada degli Aironi sul campo da gioco è ancora lunga.

2. Comunicazione caduta. La Celtic League, come disse Franco Bernini, doveva togliere il rugby italiano dalla pagina dei necrologi della Gazzetta. Insomma, doveva servire a dare visibilità alla palla ovale anche al di fuori dell’Italrugby. Un risultato per adesso non ottenuto. Se vi è un po’ più di spazio, la copertura mediatica della lega celtica in Italia è ancora pietosa. Dalle tv alla stampa sembra che le vicende di Treviso e Viadana non interessino agli italiani. I motivi? Immaginabili. Le soluzioni? Difficili da raggiungere.

3. Dahlia appassita. Un canale semisconosciuto, commenti tecnici di livello infimo, segnale digitale che appare e scompare a sorpresa nelle varie regioni italiane e una crisi economica che rischia di farla fallire. La scelta Board/Fir di puntare su Dahlia è stata una scommessa persa. Lo avevamo detto e ribadito fin dal principio: all’inizio era meglio rinunciare a una fetta della torta per garantirsi visibilità e qualità televisiva.

4. Territorio ristretto. E’ uno dei punti su cui si è già discusso a lungo, fin dal principio. Treviso e Viadana rappresentano un territorio limitato, il centrosud è tagliato fuori dall’avventura celtica e l’incapacità (di Treviso) di fare squadra con le altre realtà venete ha ristretto ancora di più il campo. Un problema senza soluzione, attualmente. Su questo punto si deve aspettare il futuro e la possibilità, che non è utopia, di novità nei prossimi anni.

5. Troppo pane e salame societario. Fiducia (per gratitudine e amicizia più che per meriti o capacità) alle persone che sono state vicine alla società negli anni della nascita e crescita, ma che arrivano da una realtà dilettantesca e “alla buona”; incapacità di costruire un patrimonio professionale all’altezza della sfida celtica. Treviso e Aironi sono ancora lontanissimi, da un punto di vista di struttura societaria e mentalità, dagli standard minimi richiesti nello sport professionistico del nuovo millennio. Questa dev’essere una fase transitoria, ma rapida, per arrivare a due società che sappiano confrontarsi con sfida più impegnative del Super 10. Franco Bernini, per sua stessa ammissione non adatto al professionismo estremo della Celtic League, dev’essere l’emblema di tutta la pulizia che deve venir fatta, a tutti i livelli. Come sottolineato anche da Checchinato.

6. Quel brutta pasticciaccio federale. E’ il peccato originale dell’avventura celtica. Il caos creato dalla Fir tra il 2009 e l’inizio 2010 è un peso che la Celtic League azzurra si porterà avanti ancora a lungo.

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