Giustizia sportiva: Canale e Filippucci citati in giudizio

Gonzalo Canale è stato citato presso il tribunale sportivo del Sei Nazioni per un “dangerous tackling” durante la partita di sabato giocata al Murrayfield di Edimburgo. Il centro azzurro sarà ascoltato dalla Commissione mercoledì, che poi deciderà l’eventuale sospensione.

E per lo stesso motivo è stato citato anche il giocatore del Benetton Treviso Marco Filipucci. Per il biancoverde la convocazione presso la commissione arriva per un placcaggio durante la partita di Celtic League di venerdì scorso contro i Warriors di Glasgow. Anche per lui audizione in programma mercoledì.

 

 

Fotografia: gli “Attimi” ovali di Francesca Olivetti

Chi frequenta queste pagine ha già avuto modo di incrociare il nome di Francesca Olivetti, fotografa appassionata di palla ovale. E’ quindi con grande piacere che vi segnalo questa cosa, che trovate anche sul sito Rugbryca – la rubrica ovale

Partirà Domenica 27 Marzo dallo Stadio XXV Aprile di Parma (in occasione di Banca Monte Parma Crociati RFC – Petrarca Padova), la mostra itinerante della fotografa Francesca Olivetti, modenese di nascita ma Nocetana d’adozione. E’ proprio seguendo la Rugby Noceto che la “Kekka” ha iniziato a “preferire i 13 tacchetti ai 12 cm“, fino ad approdare, al seguito dei Crociati, nel massimo campionato Italiano, catturando ogni settimana “attimi” di rugby.
Francesca ci presenta così la sua mostra:
“ATTIMI. È una selezione di 20 scatti che racchiudono l’idea che ho del rugby. Non semplicemente l’azione ma tutto quello che è il rugby nella sua complessità.Ogni partita ha una sua storia che va raccontata e vissuta. Ogni partita è un momento irripetibile diverso dalla partita precedente o successiva. ATTIMO.Uno sguardo prima dell’ingaggio in mischia, una meta, un placcaggio, una ferita sanguinante, la pioggia battente sulla solitudine di un giocatore. Il riscaldamento prima della partita, il cerchio dove ritrovare la concentrazione. La grinta delle ruck. La gioia per una meta, la gioia per un successo incorniciata dal tricolore. La palla sfiorata con due dita in touche, che sembra fermarsi per un ATTIMO suggello del momento di massima concentrazione e sforzo. Questo è rugby. Almeno questo è il rugby visto da me.”

La mostra si concluderà a fine Maggio, quando tutti gli scatti verranno esposti nella Club House Rugby Noceto e messi in vendita per raccogliere fondi a favore della missione in Mato Grosso (Brasile) gestita da 40anni da Myriam Catellani, sorella del compianto Giuliano “Scatlòn”http://www.caritaschildren.it/caritas/dove_brasile17.html

Per info: http://attimisfuggenti.wordpress.com/

hornyfunky@gmail.com

Kirwan, il Giappone e lo tsunami

Da La Tribuna di Treviso, di Mattia Toffoletto

Il destino è talvolta tragicamente beffardo. Neanche un mese fa, per la finale del campionato di rugby nipponico, era stata promossa una raccolta fondi in favore dei terremotati neozelandesi. John Kirwan, trevigiano d’adozione (risiede qui da 9 anni, sposato con Fiorella Tornasi, 3 figli), icona mondiale dell’ovale, ha le sue radici nella «terra dei Maori». Terra, colpita nelle scorse settimane da un violento sisma a Christchurch. Ma l’ex giocatore Benetton ed ex et azzurro allena dal 2007 la Nazionale del Giappone. E adesso è proprio il paese del Sol Levante ad essere devastato da un gigantesco cataclisma. Le immagini del terremoto e dello tsunami che hanno distrutto la regione di Sendai, insieme all’incubo nucleare, toccano nel profondo Kirwan. Che oggi avrebbe volentieri commentato solo il trionfo dell’Italrugby con la Francia nel Sei Nazioni. Kirwan, ha preso contatti col Giappone dopo il terribile terremoto? «Ho chiamato il mio staff, stanno bene. Ma il pensiero va a due nostri giocatori, che vivono proprio nella zona devastata dal terremoto. Stanno bene, ma hanno perso tutto, casa inclusa. E siamo preoccupati, soprattutto, per la famiglia di uno dei due: c’erano stati dei contatti subito dopo la scossa, ma poi non si sono avute più notizie. Speriamo bene». Come vivono la tragedia? «E’ un momento drammatico. Staff e general manager stanno passando questi giorni a casa. Non c’è corrente, è la paralisi. Loro sono di Tokyo e il manager Osamu Ota mi ha raccontato che il giorno del terremoto si trovava negli uffici federali: per rientrare a casa, ha camminato a piedi 8 ore: i trasporti erano saltati». Tornerà in Giappone? «Avremo un ritiro a inizio aprile a Nyasaki. Non è nell’area del sisma e non dovrebbero esserci intoppi. Servirà a preparare il successivo torneo con Hong Kong, Thailandia, Dubai e Sri Lanka. Il rugby nipponico sta crescendo. In agosto, avremo un test-match con l’Italia, in vista della Coppa del Mondo, dove puntiamo a vincere almeno 2 partite, per qualificarci ai mondiali 2015». Ha visto l’Italia di Mallett? «Sono contentissimo, anche nei precedenti 2 match, avevano mostrato il loro valore. E’ una grandissima vittoria per tutto il movimento. Il duro lavoro paga. Agli italiani è servito il confronto internazionale: 8 elementi schierati sabato militano in Francia. Anche la Celtic League sta aiutando il rugby azzurro: il Benetton lo ne sta godendo gli effetti».

Grillotalpa vs Il Sole 24 ore. Beh, sì, contro un solo articolo…

Ho appena finito di leggere un articolo sul sito de Il Sole 24 ore. Un pezzo che mi lascia un po’ perplesso perché sembra scritto da qualcuno che non conosce e non frequenta il mondo del rugby. E che ne prova pure un po’ di malcelata invidia, camuffata da critiche un po’ raffazzonate. Lo dico apertamente visto che conosco il giornalista che lo ha scritto da qualche anno. Quindi, caro Carlo, provo a risponderti…

Foto di Sabrina Conforti

“Giù le mani dalla Nazionale ovale. E chi la tocca, peste lo colga”. (…) “Diritto di critica abolito, bravi e belli sempre, qualche volta poverini, in certi casi scalognati, in altri ancora – come quando vengono seppelliti dall’Inghilterra – vittime di un movimento troppo giovane “che la Francia ci ha messo quarant’anni per vincere il suo primo Cinque Nazioni”. Peccato che si andasse ancora in giro coi calessi: era la prima metà del secolo scorso (1910-1953), quindi, sportivamente parlando, qualche era geologica fa. Brocchi mai, i nostri, molto più spesso eroi tragici”.
Beh, Carletto, dovresti farti un giro una volta nella sala stampa prima di una qualsiasi partita della Nazionale. O leggere con una certa abitudine la stampa, anche quella locale, ché  come sai il movimento ovale italiano è a macchia di leopardo. Accenti critici di ogni tipo non ne mancano. Anzi, abbondano fin troppo, con alcuni colleghi che per simpatia/antipatia verso la federazione – ad esempio – difendono/attaccano a prescindere. O provare a seguire le vicende della creazione di alcune franchigie territoriali, con campanilismi (a volte assurdi) difficili a morire. Critiche feroci non ne sono mai mancate, soprattutto negli ultimi anni. “Diritto di cronaca abolito”? Scusa, ma dove? Quando?

Figuratevi ora che si è vinto con mezza Francia, spocchiosa, spompata e svogliata. A proposito, ieri Parigi tremava Vittoria eccitante, sebbene abbastanza occasionale, perché la nostra non pare mai una squadra in crescita, a differenza di quanto capitava sotto la guida dei francesi Coste e Berbizier, non a caso espressione di un movimento che insegna a giocare quel pallone bislungo. Questa Italia invece gioca un fior di catenaccio ovale. Che non c’è niente di male, intendiamoci, anche perché Mallett e prima di lui tutti gli altri stregoni dell’altro emisfero continuano a dirci che siamo capaci di far solo quello, manco i nostri avessero le mani di pietra. Però non si può dire che l’Italia gioca un anti-rugby in piena regola, altrimenti si finisce sul rogo.
Francia sicuramente spocchiosa, certo non spompata – non più di noi, comunque – nè tantomeno svogliata. Hanno preparato male la partita e sono rimasti sorpresi dall’approccio determinato degli azzurri. Capita. Oltretutto i transalpini sono molto “umorali”: se le partite non si mettono lungo i binari da loro pianificati si innervosiscono. Merito degli italiani quindi. La nostra è una squadra indiscutibilmente in crescita: fino a un paio di anni fa le avversarie riempivano i XV con le seconde scelte, oggi schierano SEMPRE il meglio che hanno a disposizione. Qualcosa vorrà pur dire. E a parte l’Inghilterra, Irlanda e Galles erano partite che avremmo potuto (dovuto?) vincere. Questo, dal punto di vista  del gioco, è probabilmente il nostro migliore Sei Nazioni.
E poi il “catenaccio ovale”. Ammesso e non concesso che sia così, non bisogna dimenticare che ad allenarci è un ct sudafricano, Paese che per tradizione gioca un rugby molto spartano. Che non vuol dire brutto, non necessariamente almeno. Ovvio che gli springboks hanno a disposizione un numero di talenti più elevato del nostro, cosa che influisce non poco sulla qualità del gioco: giocare in modo spartano è una cosa, farlo con un’ala come Brian Habana – ad esempio – è un’altra. L’Italia ha dei limiti negli ultimi 22 metri, ma non sono il primo e nemmeno l’ultimo a dirlo. Prova che nessuno finisce “al rogo” e che in tanti criticano. Abbiamo una mischia fortissima e una difesa di primissimo livello: qual è il problema? Sono qualità, mi pare. Puoi avere dei trequarti fenomenali e giocare male.

Ma guai a sollevare obiezioni, altrimenti lo sportivissimo pubblico del rugby – o almeno una piccola parte di esso – si imbestialisce e diventa più velenoso di un branco di juventini sfrucugliati su Calciopoli. Il rugby è uno sport meraviglioso e tutti i bambini e le bambine dovrebbero per legge provarlo almeno una volta nella vita. Ma la domanda resta: puoi avere un successo pazzesco vincendo 8 partite in 11 anni? A quanto pare sì, in questo caso. Tutti gli altri se ne facciano una ragione.
Quel sarcastico “sportivissimo” è un insulto a un pubblico che sportivo lo è davvero. Al Flaminio, a Twickenham e nei campetti di periferia. A memoria non ricordo incidenti di alcun tipo in nessuna categoria e/o livello. E le polemiche, che ci sono, finiscono subito o hanno pochissima eco. Sabato il Galles ha battuto l’Irlanda grazie a una meta molto borderline (uso un eufemismo). Per una cosa del genere nel calcio le polemiche sarebbero andate avanti settimane, magari con il contorno di qualche interrogazione parlamentare. Bene, nel rugby questa cosa non succede perché c’è la strana abitudine ad accettare quello che succede in campo, errori compresi.
E ovviamente sarebbe troppo facile parlare del clima e dell’atmosfera che circondano le partite. Spesso si usa l’espressione “festa di popoli” o “festa di tifosi”. Magari è un po’ propagandistica, ma rispecchia la realtà. Sabato al Flaminio ero con un gruppo di tifosi romani che ogni volta (anche all’estero) portano all’esterno dello stadio cibi e bevande da distribuire a chiunque passi di lì, quale che siano i colori indossati. Lo stesso non si può certo dire di altre discipline dove ormai ci si picchia anche per le amichevoli estive o nelle partite dei ragazzini. Sport dove devi aver paura se ti trovi nella parte sbagliata degli spalti con la sciarpa “avversaria”. O se nelle strade circostanti incroci i “nemici”. Non so se sei mai stato a una partita di rugby, ma questi problemi semplicemente non esistono.
Sui ragazzini non sto a rispondere. So solo che nel calcio insegnano a simulare fin da piccoli, nel rugby la simulazione proprio non c’è.
Intendiamoci, non credo e non penso che il rugbista sia antropologicamente migliore e superiore di altri sportivi, calciatori in primis. Ma una differenza innegabilmente c’è. Forse perché esiste una sorta di “riprovazione sociale”: se non ti comporti secondo le regole non puoi far parte di questo mondo. E’ molto più semplice di quanto non si creda. Sabato una parte del pubblico fischiava mentre il francese Parra stava per calciare una punizione. L’altra parte del pubblico era impegnata a “riprendere” chi fischiava. E stiamo parlando di semplici fischi, non di cori insultanti o striscioni d’ispirazione nazista. Sempre sabato parte del pubblico italiano canticchiava la Marsigliese. Lo stesso era già successo per Galles e Irlanda con i loro inni. Non credo succeda in molte altre discipline.
Prendi un giocatore, un tifoso o un appassionato di rugby a Milano, Roma, Londra, Auckland, Johannesburg, Sydney o Buenos Aires. Chiedigli di definire il suo sport con una sola parola. Ci puoi scommettere che da tutti avrai una sola risposta: rispetto. Per gli avversari, per i tifosi, per l’arbitro. Perché i calciatori fanno scene belluine per un fuorigioco non dato e i rugbisti non danno mai in escandescenze nemmeno per decisioni arbitrali palesemente sbagliate o ben più determinanti? Dovresti chiedertelo. E capiresti quanto il tuo articolo sia  sbagliato negli assunti e nelle conclusioni.

Questi pezzi finiscono sempre con l’espressione “con immutata e sincera stima”. Beh, io non lo faccio, ma tu sai che è così. Davvero. Ciao Carlo

Tv & rugby: il 5° episodio del reality sudafricano “Tussen Die Lyne”

A questo link