Da Rovigooggi.it
Che Nick Mallett non sia un grande diplomatico è assodato. E l’etimologia del cognome che in inglese significa “maglio” gli si attaglia perfettamente. Mallett usa metaforicamente questo attrezzo senza guardare in faccia a nessuno. Stesso metro anche nei confronti del capo, Dondi, che non dovrebbe essere oggetto di critiche, specie da parte di chi mangia sullo stesso piatto. A maggior ragione che il Ct non è un vincente, visto che chi l’ha preceduto ha fatto meglio.
Ma il Mallet che abbiamo conosciuto ieri, è lo stesso di oggi? La domanda è rivolta all’arch. rodigino Pietro Reale, terza linea e suo compagno di squadra nel lontano 1982.
“Anche se le immagini sono sfuocate dal tempo, lo ricordo molto freddo, suppergiù come Naas Botha che non brillava certo di simpatia. Non aveva nulla di Sckalk Burger (l’aveva preceduto di un anno), che amava stare assieme e fare baldoria sempre e dovunque. Quello di Mallett, invece, era un comportamento particolare, strano per un rugbista, un asettico sudafricano con il quale era impossibile socializzare, nemmeno provarci. Era arrivato a Rovigo con la fidanzata e stava sempre in disparte. Mai una volta in discoteca assieme alla squadra, un tipo molto british e poco loquace, per nulla portato ad aprirsi. Tutto il contrario di un altro sudafricano, Gert Small, per me quasi un fratello. Mallett era diverso, si allenava, giocava e poi si isolava e non lo si vedeva per giorni interi. Io che di natura sono aperto ai contatti e che allora a 19 anni avevo tanti amici, lo ricordo con meno simpatia rispetto ai miei compagni di squadra: non c’era feeling. Ottimo professionista, disputava buone gare (19 presenze, sei mete, ndr), ma non ha mai legato con nessuno. E quando c’era bagarre in campo si defilava lasciando agli altri il compito di dirimere la querelle. Devo riconoscere che ha lasciato molto poco a Rovigo, nessuna traccia. Uno snob per certi versi ».
Pietro è un fiume di parole e quando gli si accenna alle “tante onorevoli sconfitte” della nazionale, sbotta ridere: «Per allenare una squadra bisogna dare di più. Non so come Mallett intrattenga i rapporti con la squadra, ma per via del carattere gli sarebbe stato difficile se non impossibile allenare ai miei tempi. Sarà cambiato, non lo so. Ma un buon giocatore non è detto sia anche un valido tecnico. Secondo me si vede che trasmette poco in campo. L’Italia ha una grande mischia, una delle migliori, ma di risultati non ne fa. Vedo Mallett molto freddo a livello personale, direi quasi distaccato, uno che delega molto. Chi lo ha preceduto gli ha lasciato una buona eredità e chi verrà dopo di lui dovrà solo riattaccare la spina ed entrare in sintonia con i giocatori».
Al momento però Mallett resta per i quattro anni di contratto e fino a scadenza nessuno lo caccerà, indipendentemente dal Wooden Spoon.
E adesso, se tanto mi dà tanto, il francese Jacques Brunel è pronto in attesa della chiamata di Dondi: Lo hanno preceduto Villepreux, Fourcade, Coste e Berbizier che hanno tentato di fare grande l’Italia. Adesso potrebbe riuscirvi lui, un coach di grande personalità assistant coach dei Coqs, un Bouclier de Brennus col Perpignan. Con lui la nazionale, è un grande specialista del pack, potrebbe cominciare a correre di più rispetto al passato. “ Alla mia età (57 anni) era difficile dire di no – ha spiegato Brunel – guidare una nazionale era un mio sogno”.
Non c’è ancora nero su bianco, ma i rumors sono oramai una realtà. Lo vedremo per quattro anni, dai mondiali 20111 a quelli 2015.