Living in Aotearoa: soldi, lavoro e un po’ di rugby

Terzo appuntamento con Marco Martinelli, questa volta alle prese con problemi molto pratici legati alla vita di tutti i giorni…

Ciao a tutti!
Devo dirvi che questi sono stati dei giorni oserei dire positivi. Credo che l’avvenimento più bello sia stato l’acquisto dei biglietti di alcune partite dei Mondiali: Samoa- Sud Africa, Samoa-Fiji, Inghilterra- Scozia. Sono davvero molto contento, anche perchè con noi a vederle ci sarà il capitano della mia squadra italiana che ci raggiungerà a metà settembre. Come seconda cosa, vi ricordate della storia del lavoro? Beh non è andata a buon fine, ma ieri sera siamo andati a provare in un ristorante italiano, credo sia andata bene e mercoledì ci darà o no la conferma per lavorare.
Se è si, dovremmo avere  2 giorni liberi a settimana, così possiamo anche allenarci senza problemi. Ci organizzeremo per quando ci saranno le partite. Inoltre oggi abbiamo deciso con il titolare del nostro ostello che per 5 giorni a settimana, la mattina dalle 8. 30 alle 11.00, dovremmo effettuare un po’ di pulizie nelle camere e nei bagni in cambio di “free accomodation” ( ostello pagato!!!). Così se ci assumono e con praticamente solo le spese del mangiare da sostenere, potremmo mettere da parte anche qualche soldo per quando si torna, o spenderli per qualche viaggetto qui, dato che è un Paese bellissimo la Nuova Zelanda con un miliardo di posti e attività da vedere e svolgere.

Marco

Flood & Ashtone: le pennellate di Marco Pastonesi

Un estratto dell’articolo di Marco Pastonesi pubblicato oggi su La Gazzetta dello Sport

Flood è la mente, Ashton il braccio. Flood è il regista, Ashton il metaman, il metador. Flood usa i piedi per calciare, Ashton per volare. Ieri Flood ha fatto sei su sei, cioè ha messo dentro un calcio su uno e cinque trasformazioni su cinque, Ashton ha segnato quattro mete.
L’alluvione Flood ha una serie di nomi di battesimo che vale una linea di trequarti: Tobias
Gerald Albert Lieven, ma per fare prima basta Toby. Ashton di nomi ne ha uno solo, Christian, per fare prima basta Chris, e sempre per fare prima il cognome viene accorciato in Ash. A forza di fare prima, velocità e immediatezza sono diventate le loro qualità vincenti. Flood significa alluvione, e ieri il suo gioco ha alluvionato l’Italia, invece Ash-ton significa «tonnellata di cenere», ma Ash-try vuole dire «portacenere» e anche «meta di Ash». Flood è soprannominato Floody, ma il mediano di mischia Ben Youngs lo chiama «the head boy», il ragazzo con la testa, invece Ashton i soprannomi se li sta guadagnando adesso, e si accettano proposte.
Testa e gambe Flood ha 25 anni, è del Surrey, in lui c’è qualcosa di sassone tant’è vero che
sua madre è tedesca, è alto 1.91 per 93 kg, ha le spalle strette e, come dice Youngs, tante idee per la testa, invece Ashton ha 23 anni, è di Wigan, che sta vicino a Manchester, ha la pelle bianca color latte e i capelli tra il biondo e il rosso, è alto 1.86 per 92 chili, ha le spalle
larghe e soprattutto è spesso e, come dicono tutti i compagni, ha la testa sulle spalle. Flood
ha cominciato a giocare da ragazzino a rugby a XV, ma prima si dedicava all’atletica e al
cricket, ha debuttato in Nazionale cinque anni fa, e il suo maestro è stato nientemeno che
Jonny Wilkinson alla King’s School di Tynemouth, la sua prima squadretta. Ashton ha
cominciato a giocare da ragazzino ma a rugby a XIII, e c’è da giurare che sarebbe riuscito in
qualsiasi altro sport, solo che ha respirato rugby, in casa, in famiglia, fin dalla culla.

Parte da Lione la rincorsa ai Mondiali di Gori

Da Il Tirreno

Edoardo Gori tornerà in campo a giugno. I tantissimi amici e tifosi non solo pratesi, del ventunenne mediano di mischia della nazionale italiana possono tirare un respiro di sollievo sul futuro di “Ugo”. Dopo l’accurata visita medica svoltasi a Lione ieri mattina, nello studio di uno dei più famosi specialisti francesi, è stato deciso di operare di nuovo la spalla di
Edoardo, colpita duro nei primi minuti dell’incontro con l’Irlanda, due settimane fa durante
il primo incontro del Sei nazioni 2011 a Roma. Sarà un intervento molto più incisivo, ma anche più risolutivo del precedente, effettuato in artroscopia nell’aprile dell’anno scorso in una clinica di Brescia. Il professore francese ha comunque rassicurato Edoardo sugli esiti dell’intervento, che verrà effettuato al massimo entro i prossimi 15 giorni, a cui seguiranno tre mesi per la riabilitazione. A giugno, quindi il giovanissimo numero nove azzurro comincerà la preparazione in vista dell’inizio della Celtic con la Benetton, ma sopratutto
per i campionati del Mondo a ottobre in Nuova Zelanda.
Grande gioia per i famigliari, ma soprattutto per lui, che ha avuto vicino anche alcuni ex
compagni di squadra dei Cavalieri durante questi ultimi giorni che ha trascorso a Prato.
Sicuramente un po’ di rammarico, oggi a seguire la partita della nazionale maggiore
contro l’Inghilterra a Londra, dove sarà il suo compagno di squadra nella Benetton, Fabio
Semenzato a vestire la maglia numero 9. Ma Ugo è ancora giovanissimo, con tanta
strada davanti a sé e ora deve solo pensare alla terra degli All black.

Gori e la “sfiga” dei numeri 9

Silvano Focarelli per La Tribuna di Treviso

A Edoardo Gori è crollato addosso non solo l’irlandese, ma il mondo intero. Il termine medico esatto è lussazione gleno-omerale, l’identico infortunio patito un anno fa da Gonzalo
Garcia. «Rottura del cercine: l’ho capito subito — sospira Edoardo — esattamente come
l’anno scorso ad aprile, stesso punto della spalla, era l’esordio nel Sei Nazioni under 20. Ma
che sfortuna». Subito dopo l’incidente la lussazione gli è stata immediatamente ridotta, poi è stato sottoposto ad esami strumentali all’Ospedale San Camillo di Roma, che hanno confermato la diagnosi. Edoardo è uno dei 4 mediani di mischia di Treviso, con lui anche Semenzato, Botes e Picone: dopo quest’ultimo (che però aveva iniziato a giocare terza linea) dunque s’è rotto pure lui. La maledizione dei numeri 9. Capitano della Nazionale Under 20 all’ultimo Sei Nazioni, al quale aveva già partecipato nella stagione precedente, conclusa con la partecipazione ai Mondiali di categoria in Giappone. In questi giorni «Edo» è a casa sua a Prato, oggi parte per Lione dove domani avrà un colloquio con l’equipe francese che lo opererà, probabilmente la prossima settimana.
«Mi sto organizzando per l’intervento — continua lui — dopo il quale dovrò stare fermo
per alcune settimane prima di cominciare la riabilitazione. Credo che ci vorranno non meno
di 4 mesi prima di tornare in campo, ci rivedremo perciò in estate. Comunque almeno so
esattamente quello che mi aspetta, l’esperienza avuta con l’altro infortunio mi sarà utile,
a ben guardare è l’unico lato positivo in quest’altra disgrazia…».
Chi ti sta portando tanta sfortuna?
«Eh che volete, è davvero sfiga. Quando Mallett mi aveva convocato non stavo più nella
pelle, poi mi ha detto che avrei giocato titolare e lì quasi stentavo a crederci. E mi capita questo infortunio dopo nemmeno 10 minuti, non so chi mi è venuto addosso, non l’ho nemmeno visto, so solo che ho sentito un gran dolore alla spalla, ho pensato immediatamente che era una cosa seria».
A Roma sabato c’era un ambiente favoloso…
«Assolutamente. Un pubblico eccezionale, gli inni nazionali, un’atmosfera tutta particolare,
tanta emozione, insomma un sogno. Peccato davvero non aver potuto godere quella partita sino in fondo».
Ma come mai avevano convocato te, che con il Benetton non giochi quasi mai, piuttosto di Semenzato, che poi ha preso regolarmente il tuo posto in azzurro?
«Mah, in effetti credevo che chiamassero Fabio, io ultimamente avevo collezionato tre
presenze alternate alla panchina. Evidentemente Mallett ha avuto fiducia in me, peccato
non aver avuto la possibilità di ripagargliela»
Domenica magari avresti potuto prenderti la rivincita contro altri irlandesi: come
la vedi questa gara così dura?
«Beh, al Munster mancheranno tanti giocatori. Pure a noi, ma penso che il Benetton qualche possibilità ce l’abbia».
Dimentichi che loro possono schierare tutti gli stranieri, cosa che in Italia è vietata
dal regolamento federale.
«Già, non ci pensavo. Indubbiamente è uno svantaggio non da poco, bisognerebbe che le regole fossero uguali per tutti. Però speriamo ugualmente di fare una buona partita».

Il tormento di Wilko

Da SportMediaset

Stare in panchina è brutto, ma per Jonny Wilkinson non essere titolare con l’Inghilterra al Sei Nazioni è anche peggio. Lo dice lo stesso Wilkinson in un’intervista riportata dal Sun. L’eroe della Coppa del Mondo del 2003 che col suo drop in finale portò il titolo in Inghilterra, nel match d’esordio col Galles è rimasto in panchina fino al 67′, una situazione del tutto inusuale per lui.

‘Con Toby Flood che gioca giocare così bene come mediano d’apertura, ora sono in un ruolo dove posso contribuire in maniera diversa, ma stare in panchina è un inferno’, dice Wilkinson alle prese con un ruolo difficile da gestire, quello del panchinaro di lusso. ‘Allo stesso tempo è però molto importante. Stare in panchina mi dà nuove lezioni, la disciplina di continuare a lavorare sodo come sempre per essere pronto, come è successo col Galles. È per questo che ti alleni’, sottolinea, anche se il suo malessere è difficile da nascondere.

‘I miei desideri non sono cambiati, continuo a lavorare per star meglio e, quando ho l’occasione, per scendere in campo’, continua rimarcando come il giocare in Francia l’abbia cambiato in meglio (milita nel Tolone ndr), ma che la continuità è fondamentale anche per tornare al 100% dopo i tanti infortuni che hanno costellato la sua carriera da record.

Per l’uomo che con la maglia dell’Inghilterra ha segnato 1.114 punti in 81 match dalla data del suo esordio (1998), battuto a livello internazionale solo da Dan Carter (1.118 punti per gli All Blacks in 79 gare), ora il futuro è fatto di obiettivi a breve termine. ‘Il mio desiderio è giocare per rendere di nuovo grande l’Inghilterra. Il prossimo? Battere l’Italia naturalmente’, conclude anche se a danno dei colori azzurri, prossimi sfidanti al Sei Nazioni.