Sei Nazioni 2011: le statistiche finale

Tutto quello che c’è da sapere sul torneo appena concluso lo trovate a questo link.

Il Midi Olympique nomina il suo XV del Sei Nazioni. Con tre italiani

Il XV ideale del Sei Nazioni scelto da Midi Olympique, la Bibbia del rugby europeo. Tre gli azzuri presenti

15. Andrea Masi (Italie)
14. Chris Ashton (Angleterre)
13. Brian O’Driscoll (Irlande)
12. James Hook (pays de Galles)
11. Vincent Clerc (France)
10. Toby Flood (Angleterre)
9. Ben Youngs (Angleterre)
7. James Haskell (Angleterre)
8. Sergio Parisse (Italie)
6. Thierry Dusautoir (France)
5. Richie Gray (Ecosse)
4. Tom Palmer (Angleterre)
3. Martin Castrogiovanni (Italie)
2. William Servat (France)
1. Thomas Domingo (France)

Remplaçants: Cole (Angleterre), Rees (pays de Galles), A.W Jones (pays de Galles), O’Brien (Irlande), Semenzato (Italie), O’Gara (Irlande), M. Evans (Ecosse).

Sei Nazioni 2011: mai così tanti rimpianti azzurri, parola di Zanni

Roberto Calvetti per il Messaggero Veneto

Ultimi con un mare di rimpianti. L’Italia di Nick Mallett chiude il torneo delle Sei Nazioni
all’ultimo posto, a quota 2, come la Scozia, ma una peggiore differenza tra punti segnati
e subiti schiaccia gli azzurri sul fondo. Ma… ma, poteva andare diversamente, addirittura
l’Italia poteva finire ai piani alti della classifica. «Questo torneo ci lascia tanta amarezza» ammette l’udinese Alessandro Zanni, 27 anni, 51 presenze nella Nazionale maggiore,
flanker della Benetton e pedina fissa della mischia azzurra. È stato il torneo delle occasioni
perdute. «Contro l’Irlanda abbiamo perduto per demeriti nostri e lo stesso è accaduto
contro il Galles, una partita nella quale abbiamo commesso degli errori che abbiamo
pagato carissimi. A questi livelli non si può lasciare nulla al caso…» dice Zanni, uno degli
atleti più utilizzati da Mallett nel torneo e che proprio contro i Dragoni si è visto annullare
una meta.
Dopo due partite sciupate, finalmente il successo al Flaminio di Roma contro la Francia.
Vittoria storica, la prima contro i “bleus” nel Sei nazioni, la seconda dopo quella del
1997 nella finale della Coppa Fira. Un successo che ha fatto gonfiare il petto d’orgoglio
non soltanto gli appassionati di rugby. «Abbiamo giocato una buona partita e, soprattutto,
abbiamo creduto fino in fondo di poter vincere». Una partita nella quale il ct azzurro
ha messo Masi e Zanni in cima alla classifica dei più bravi («É una cosa che mi ha fatto molto piacere»). Poi, sabato scorso, il flop di Edimburgo. Un tempo buono chiuso in vantaggio per 8-6 e, dopo, il crollo. «Purtroppo non siamo stati concreti in attacco a differenza degli scozzesi. Dobbiamo lavorare ancora perchè l’Italia può fare meglio
di quanto si è visto in Scozia».
Un torneo tra luci e ombre. «Ma abbiamo compiuto dei passi in avanti – afferma “Ale” –
anche se abbiamo raccolto poco rispetto a quanto abbiamo espresso. Soltanto la partita di
Londra contro l’Inghilterra è da cancellare: abbiamo sbagliato completamente l’approccio
all’incontro e i quasi 60 punti che gli inglesi ci hanno rifilato sono la fotografia del match. Un voto alla squadra? No, non me la sento di esprimere un voto, ma siamo cresciuti e il fatto che due italiani (Masi e Semenzato, ndr) siano in lotta per il titolo di miglior giocatore del torneo ne è una conferma». A livello personale Zanni si promuove. «Sono contento del mio torneo, ogni partita è stata una sfida, la concorrenza in squadra».
Il Sei Nazioni ormai è già alle spalle e la testa è già proiettata al Mondiale del prossimo
autunno. «Dovremo riscattare l’esclusione dai quarti di quattro anni fa, ma sarà durissima,
anche perchè nel nostro girone c’è l’Irlanda. Per noi ogni partita sarà come una finale».
In Australia (Nuova Zelanda!, ndr…)  sulla panchina azzurra ci sarà ancora Nick Mallett la cui avventura italiana sembrava dovesse concludersi con il Sei Nazioni. «E speriamo di continuare ancora con lui» sottolinea Zanni. Per lui prima di rituffarsi in azzurro ora c’è la Celtic league con la Benetton, un’esperienza che, almeno per il momento, ha fatto
accantonare ad Alessandro l’idea di “emigrare” in Francia. «A Treviso sto bene, in futuro
si vedrà».

Bilancio di un Sei Nazioni

Un articolo di Giorgio Sbrocco per La Padania

È stato un Sei Nazioni senza Grande Slam (l’Inghilterra si era illusa di farcela ma non aveva tenuto nella debita considerazione la fame di vittoria dell’Irlanda), senza Triple Crown e senza Cucchiaio di legno. La Calcutta cup invece è stata assegnata all’Inghilterra che ha battuto (di poco) la Scozia a Twickenham. Ma sarebbe improprio parlare di edizione “povera” o, come di norma accade nell’anno del Mondiale, di formato “lavori in corso”. Di buon rugby se  ne visto in quantità più che dignitose, soprattutto alla luce del fatto che il rugby di oggi  impone comportamenti rigorosi e talvolta sparagnini quanto a dispendio di energie e, più in generale, all’amministrazione delle risorse. Qualche bella “partita vera” c’è stata e almeno in una caso (purtroppo proprio contro di  noi, asfaltati a Londra dal XV di Martin Johnson) si è rivisto (e ammirato?) l’antico rituale della “tariffa”. Quanto al Sei Nazioni vetrina di astri nascenti, non sono mancate le sorprese e le conferme. Quattro nomi scelti in maniera assolutamente arbitraria ma di sicuro avvenire: la seconda scozzese Gray, il pilone inglese (di fatto un paisà) Corbisiero, l’ala gallese North (peraltro già ammirato in Celtic in maglia Scarlets) e il nostro Fabio (che d’ora in poi, da queste colonne, eviteremo accuratamente di chiamare mozzarella) Semenzato, mediano di mischia arrivato in emergenza direttamente dalla nazionale A e diventato titolare di un ruolo di fatto coperto poco e male negli ultimi tempi. Pur mancando il tanto sospirato e inseguito cappotto, il Sei Nazioni l’ha vinto con pieno merito l’Inghilterra, capace di mettere sotto, con un’autorevolezza che ben depone in prospettiva Nuova Zelanda, Galles, Italia, Francia e Scozia, prima di capitolare davanti a un’Irlanda a tratti commovente, perfetta raffigurazione del motto secondo cui “le  grandi  squadre non muoiono mai” e che, nell’ultima uscita ufficiale della competizione ha deciso di non concedere un millimetro agli “odiati” invasori deliziando pubblico e tifosi per l’intensità di un rugby di cui, ciclicamente, si ritiene di aver perso le tracce e la memoria. Ma che, con una certa regolarità, per fortuna di noi tutti, talvolta emerge e si lascia ammirare. E l’Italia? Un’ altra volta ultima. Quindi, diciamolo: male. Anche se non malissimo. Per pesare e valutare al meglio la prestazione di Parisse e compagni occorre, per una forma irrinunciabile di onestà intellettuale, chiarire su cosa e rispetto a cosa si tenta di elaborare una valutazione oggettiva. Gli indicatori non sono centinaia. Ma due: i numeri e la qualità del gioco espresso. I numeri hanno confermato che la miglior Italia (quarto posto) di sempre al Sei Nazioni resta quella di Berbizer del 2007. Quella, tanto per capirsi e ricordare, che chiuse con due vittorie (Galles e Scozia fuori casa) delle quali è giusto riconoscere una discretamente sostanziosa quota parte alla “disattenzione” di un arbitro (al Flaminio con il Galles) e alla follia scozzese che ci regalò tre mete di intercetto in 10 minuti, salvo poi non calciare fra i pali punizioni che avrebbero potuto generare rimonta e sorpasso. Meglio del 2011, riportano gli annali, l’Italia fece anche nel 2003 3 nel 2004. Altre cifre dicono che anche la differenza punti (-69) e quella fra mete fatte e subite (10) in altre occasioni fu migliore. Sul fatto che quella attuale sia una Nazionale che difende “bene” pesa la grandinata di punti beccata a Twickenham, che fa sballare i conti e produce una media/partita pari a -15,7, decisamente peggiore del 10.6 dell’Italia di Berbizier. Il Sei Nazioni di quest’anno verrà comunque ricordato, per lungo tempo e giustamente, per la vittoria sulla Francia. Una novità assoluta al Sei Nazioni. Che lascia alle sole Inghilterra e Irlanda il vanto di non aver mai perso con gli italiani. E il gioco? In aumento il possesso, i tempi di occupazione della metà campo avversaria e, addirittura superiori a Francia, Irlanda e Galles, i passaggi effettuati (785). Ma che il numero dei passaggi non sia, di per sé parametro di efficacia del gioco espresso, lo sanno anche i bambini del mini rugby. Che, crescendo, imparano che per avanzare con profitto esiste anche l’opzione del gioco al piede. Le statistiche del Sei Nazioni 2011 dicono che l’Italia calcia poco (e male, ma questo è un altro discorso), dal momento che affida al piede (di buoni calciatori che purtroppo non ha) solo il 30% dei possessi a disposizione. Meno della Scozia nel 21-8 di Murra -yfield (45%), del Galles e dell’Irlanda. E poi ci sarebbe da parlare del disastro in rimessa laterale. Ma almeno, quello, vediamo di risparmiarcelo. Ne riparleremo a settembre, quando partiremo per il Mondiale con Mallett in panchina e Jaques Brunel con il pre contratto Fir già firmato ad aspettare gli eventi (e se Nick e il suo proverbiale fattore C dovessero passare il turno?). Manca l’ufficialità ma la cosa sembra ormai scontata, alla luce dell’impresa con la Francia e di un Sei Nazioni che lo stesso ct ha dichiarato di considerare positivamente

Bizze e stranezze da ranking mondiale

Va bene, la palla ovale è sinonimo di imprevidibilità. Tu la calci in un modo, ma poi quella va più o meno dove vuole. Insieme all’obbligo di passaggio all’indietro è uno degli elementi di maggior fascino di questo sport.
Però le vittorie sono vittorie e i numeri sono numeri. Eppure. Succede che l’Inghilterra, fresca vincitrice del Sei Nazioni perda una posizione nel ranking mondiale, passando dalla quarta alla quinta posizione. A guadagnare posti – addirittura due! – è l’Irlanda. Merito (o”colpa”, dipende se la cosa la si guarda con addosso una maglia verde oppure bianca con una rosa rossa) della partita di Dublino di sabato: i padroni di casa sconfiggendo gli inglesi non solo hanno tolto loro la soddisfazione del Grande Slam, ma superandoli di oltre 15 punti (è finita 24-8) hanno guadagnato ben due posizioni nel ranking. Non solo: la Francia rimane dietro agli odiati inglesi, ma i galletti sono separati di appena 42 centesimi di punto.
Quindi dietro ai tre giganti dell’emisfero sud troviamo una dopo l’altra Irlanda, Inghilterra e Francia. Classifica bugiarda rispetto a quanto visto sul campo (la giusta sequenza dovrebbe essere Inghilterra, Francia, Galles e Irlanda), ma i numeri sono numeri e non si discutono. Forse.
L’Italia rimane ferma in 12a posizione: vincendo a Murrayfield sarebbe stata catapultata addirittura al nono posto. Ma tant’è, ci rifaremo ai Mondiali (e ad agosto incontreremo la Scozia nell’ultima amichevole pre-torneo iridato). Speriamo!

1 Nuova Zelanda 93.19
2 Australia 87.45
3 Sud Africa 86.44
4 Irlanda 82.51
5 Inghilterra 82.48
6 Francia 82.06
7 Galles 79.55
8 Argentina 78.97
9 Scozia 77.35
10 Fiji 74.05
11 Samoa 74.02
12 Italia 73.54