Cavinato/Lazio Rugby: la risposta dei biancocelesti

Da Solorugby

“Credo che le opinioni del nostro tecnico si riferissero all’intero movimento, non esclusivamente al caso Lazio. Anche perché da parte nostra non cerchiamo certo invasioni di campo, né abbiamo intenzione di mettere becco sul lavoro del signor Cavinato”. Lontano dai clamori giornalistici, anche un filo imbarazzato per una vicenda “che forse non merita tutto questo clamore”, il presidente della Lazio Alfredo Biagini interviene così sulla polemica a distanza tra il tecnico della prima squadra della Mantovani Alfredo De Angelis ed il ct dell’Italia Under 20 Andrea Cavinato.
Una polemica che ha trovato un’altra cassa di risonanza qualche ora fa sul blog Rugby1823, utilizzato dal commissario tecnico azzurro per togliersi un sassolino dalla scarpa. Rispondere cioè a brutto muso all’accusa di De Angelis, che ai microfoni di “Quelli che… il rugby” giovedì scorso ha parlato di un presunto “pregiudizio da parte di alcuni rappresentanti della Fir” in merito alle convocazioni per l’Italia Under 20 (ma non solo). “Quando si fanno certe affermazioni sarebbe il caso di sapere ciò che si dice – la risposta di Cavinato – In questi giorni si radunano le nazionali Under 20 e Under 19 e i giocatori della Lazio convocati sono cinque”. E ancora: “La Lazio Under 20 schiera ogni settimana in campo il numero massimo possibile di fuoriquota, cioè cinque giocatori che io non posso considerare”. Da lì l’esclusione dei biancocelesti dal prossimo Sei Nazioni di categoria. Anzi, uno c’è: Alessandro Tartaglia.
“A dire il vero – il punto di vista di Biagini – personalmente sono rimasto stupito più per quanto accaduto nelle stagioni precedenti nel vedere che alcuni nostri giocatori non venissero presi in considerazione nonostante militassero in prima squadra già a 18 anni. I fuoriquota? Non sono cinque a partita. Direi tre, massimo quattro”.
ALTRA QUOTA Dicevamo di Tartaglia. E’ un classe ’92, come tanti tra i convocati da Cavinato. Precisazione doverosa visto che il ct ricorda come i classe ’90 non rientrino più negli standard del Sei Nazioni. Dunque è corretto escludere i biancocelesti Fabiani e Davide Bonavolontà che pure si stanno mettendo in luce in prima squadra. Ma fuori rimane anche Bruni, classe ’91 seguito fino all’altroieri con interesse dallo staff federale. E ancora Torda e Dionisi. Oppure Bisegni, classe ’92 di cui si dice un gran bene ma che trova spazio soltanto nell’Under 19.
“Non voglio cadere nella polemica sul singolo giocatore – prosegue Biagini – perché non ho strumenti per dire quali siano i migliori tra tutti gli Under 20 italiani. Per quanto ci riguarda, posso soltanto dire che i nostri ’92 e ’91 si allenano con la prima squadra”.
VIRTUOSI Una chimera rispetto a quanto denuncia Cavinato su Rugby1823: “I tecnici italiani, invece di fare del vittimismo, si chiedano come mai un giocatore di 20 anni è ancora in Under 20 e non è titolare almeno in Serie A, se non in Eccellenza. E’ quella la dimensione da cui si può pescare per giocare a livello internazionale, non certo dalla nostra Under 20”.
Beh, il dato oggettivo parla di una Lazio in tal senso virtuosa rispetto ad altre del massimo campionato, non foss’altro perché nella rosa originale della prima squadra compaiono sette classe ’90 e tre classe ’91 con frequenti passaggi dalla formazione Juniores.
Guarda un po’, un’isola felice in quell’inferno dipinto da Cavinato.

Il rugby, i Bergamasco e il fango

Da Minirugby.it

Mauro e Mirco Bergamasco, fratelloni del rugby azzurro, icone del nostro sport, sono conosciuti – loro e pochissimi altri – anche al di fuori degli ancora angusti confini ovali che in Italia limitano la nostra disciplina.
Quando compaiono in tv o su una rivista, anche su un calendario, la gente sa che stiamo parlando di rugby. Lo sa, ma non sa molto altro. Ora hanno scritto un libro ma… come dicono i miei figli quando parto con qualcosa che non interessa loro… “non è di questo che volevo parlarvi”.
Più o meno. Il titolo del libro mi dà il pretesto per dire una cosa che penso da un po’: ovvero che il rugby ha due volti, quello di sport poco conosciuto e come tale identificato attorno a qualche luogo comune; e quello dello sport giocato e vissuto anche fuori dal campo.

Il rugby è uno sport bifronte.

Mentre gli esperti discutono del “movimento”, delle sorti di Nick Mallett, delle batoste che pigliamo spesso nei tornei internazionali, il rugby, lato nuca, è quello sport che riesce a farsi confondere, nello Stivale, con il football americano, che pure quasi non si pratica da noi ma che ha avuto un push televisivo in passato che ha tolto la verginità a molti ignari.
Sempre sul lato nuca, il rugby è lo sport violento, delle botte. Del bestione che picchia un altro bestione. O del ciccione che sfrutta i chilogrammi mentre altrove starebbe a guardare da lontano gli altri che giocano. Dei bambini che si fanno male.
Il rugby visto da dietro è questo.

Il rugby lato fronte, invece,  ha sole, vento e pioggia in faccia, smorfia di fatica e qualche segno, sorriso di materiale plastico anallergico.
Sempre lato fronte, il rugby, anzi, prima del rugby, già il mini rugby, è – come recita il titolo del libro dei fratelloni azzurri –andare avanti guardando indietro, contando sul compagno. Non vi è praticamente altro modo: o avanzi davanti ai tuoi compagni con la palla in mano, oggetto di kili e kili di attenzioni avversarie, o dai la palla all’avversario e poi sputi sangue per riprendertela. Ci Lotti, di continuo col tuo avversario e col terreno. Ed entrambi lasciano segni.
Ma il segno più bello sono gli abbracci tra avversari e i sorrisi dei bambini che escono dal campo a fine partita. E questo è il rugby. Da mostrare a chi non ne sa.

 

Verona, verso un nuovo stadio. Settemila posti per il rugby

Da La Gazzetta dello Sport

Si chiamerà New Stadium Arena, il nuovo stadio di proprietà del Verona. Il progetto è stato presentato ieri nella sede dell’Hellas: una vera e propria cittadella dello sport con piscine, uno stadio da 7.000 posti per il rugby, tre musei, un auditorium per la musica, naturale sbocco del festival areniano. La società e il presidente Martinelli (che ha subito nei giorni scorsi un delicato intervento chirurgico) puntano dritto su questa opera per garantire al Verona importanti risorse e attirare nuovi investitori. Permessi facili «Molti sponsor hanno già dato l’assenso — ha spiegato l’architetto Monastero che ha disegnato uno stadio ad altissimo impatto tecnologico (il progetto prevede una capienza di 25 mila posti, il tetto richiudibile come la Veltins Arena di Gelsenkirken, il campo di gioco estraibile, 70 sky box) — in un anno e mezzo possiamo avere i permessi, in cinque vedere finita l’onera». Il nuovo stadio gialloblù dovrebbe nascere alla Marangona, in una zona vicino a Verona Sud, un’area pubblica che appartiene al consorzio Zai. Adesso la palla passa al sindaco Tosi che sull’argomento del nuovo stadio è sempre stato possibilista. «Se esiste un’ iniziativa seria — ha spiegato —, che dia sostentamento al Verona e non sia soltanto una speculazione, si può sicuramente parlarne. Adesso aspetto che il progetto di Martinelli venga protocollato

Rugby italiano, tutti i numeri di una crescita

Da Il Messaggero, di Paolo Ricci Bitti

Avesse la cortesia di attendere – un po’, mica tanto – il futuro ancora più luccicante è lì, pronto per essere afferrato dal rugby italiano alla vigilia della dodicesima edizione del Sei Nazioni. È il paradosso della palla ovale italica che continuerà ad allargarsi nell’anno dei campionati del mondo in autunno in Nuova Zelanda: il 2011, conti alla mano (ovvero tesserati, fra iquali frotte di bambini e bambine, club e sponsor) non potrebbe annunciarsi più florido nonostante negli ultimi quattro anni la nazionale, locomotiva di tutto il movimento, abbia vinto appena 5 partite su 31. Sì, gli stadi sono sempre stati esauriti e il et non è stato rimosso: è tuttora il sudafricano Nick Mallett che potrebbe pure arrivare ala fine del contratto post-mondiali prima dell’arrivo del francese Jacques Brunel. Di più, sempre per restare nel paradosso: in primavera non verrà assegnato lo Scudetto come avveniva dal 1929. Sacrilegio? In verità il tricolore finirà sul petto di chi vincerà il Top 10-Eccellenza nel quale però non battagliano quest’anno le squadre più forti, il Benetton Treviso e gli Aironi di Viadana, le franchigie spedite all’avventura anglosassone dela Celtic League ed europea del’Heineken Cup. Una scelta coraggiosa e futuribile, nonché inedita, non solo per il rugby, ma per tutto lo sport italiano: la Federazione si è accordata con i due superclub che hanno assorbito in pratica tutti gli azzurri e gli azzurrabili, ad eccezione di quelli restati all’estero. È insomma la Fir che contribuisce a una quota consistente (attorno al 40%) del bilancio dele franchigie che così hanno mandato in campo contro i migliori avversari del continente i nazionali non più costretti a trotterelare nel Top 10, il “campionato di massima divisione” che per adesso prova a resistere al prevedibile calo di tensione. Così nei 24 convocati ieri da Mallett per il debutto contro l’Irlanda al Flaminio il 5 febbraio (restano 3mila biglietti, su 34mila: http://www.listicket.it) ce ne sono 16 che giocano nele due franchigie, 7 in Francia e uno in Inghilterra. Ma perché alora il futuro luccicante deve attendere un po’? Perché sul piano pratico il progetto che lega franchigie e nazionale non è decolato come previsto: non tanto per i risultati tecnici (6 vittorie su 12 per il Treviso e nessuna per il Viadana in Celtic; una sola vittoria in Heineken, del Viadana), ma perché i due superclub non sempre hanno pensato a far crescere i giocatori del giro azzurro, scartati a favore di non sempre irresistibili stranieri. Vedi il ventenne Edoardo Gori, di Prato, che in novembre ha debuttato in Nazionale senza essere mai stato schierato dal Treviso. O del viterbese Riccardo Bocchino, 22 anni, con ben pochi minuti nel Viadana. Il primo è mediano di mischia, il secondo di apertura: guardacaso la “cerniera” che turba da anni i sogni dei ct dopo il ritiro di Dominguez e Troncon.

Un po’ di rugby in più nel Salernitano

Da La Città in edicola oggi

Battipaglia potrebbe presto avere un campo di rugby La proposta è giunta da Fernando Zara, ex sindaco e presidente del consiglio provinciale, oltre che grande appassionato della palla ovale. Nelle scorse settimane ci sono stati vari incontri tra Zara, i dirigenti provinciali della Federazione italiana rugby e l’assessore provinciale ai lavori pubblici e urbanistica, Marcello Feola. Secondo il progetto, già al vaglio degli uffici tecnici di Palazzo Sant’Agostino, il campo dovrebbe sorgere dietro l’ospedale “Santa Maria della Speranza”, in un’area circoscritta tra via Adriatico e via Vercelli. In pratica, nella zona dove attualmente si trova la struttura che ospita gli istituti agrario e alberghiero. Considerato che studenti e professori delle scuole si trasferiranno nel prossimo anno scolastico presso l’edificio in via di completamento su via Rosa Jemma, la zona resterebbe libera. «Ho già parlato con l’assessore Feola e i dirigenti della Federazione rugby – ha ammesso Zara – il progetto c’è ed è fattibile. In caso di realizzazione si tratterebbe del primo campo di rugby della provincia di Salerno dal capoluogo in giù». In caso di accettazione delle parti, «i lavori sarebbero pagati dalla Federazione italiana rugby mentre il terreno verrebbe messo a disposizione dalle amministrazioni locali». Con la costruzione di un campo di rugby si andrebbe a risolvere l’annoso problema che riguarda la mancanza di un terreno di gioco apposito per gli appassionati della palla ovale. Oltre alla rivalità tra le squadre di calcio e quelle di rugby cittadine circa l’utilizzo esasperato delle strutture sportive attualmente presenti, con particolare riferimento al campo sportivo “Sant’Anna” e allo stadio “Pastena”. (f.p.) © RIPRODUZIONE RISERVAT