Nuova fusione a Parma? Nessuno dice no

Da La Gazzetta di Parma

Fusione con i Crociati? Il GranDucato è disposto a sedersi attorno a un tavolo con i «cugini» e a parlarne seriamente. «Mi stupisce la modalità della proposta» mette, però, subito in chiaro Cosetta Falavigna, presidente del sodalizio nato in estate dall’unione di Gran, Colorno e Viadana. Poi aggiunge: «Io, prima di dichiarare certe cose alla stampa, avrei parlato con la controparte». Premesso questo, la Falavigna non chiude affatto la porta in faccia a Luigi Villani, presidente dei Crociati. «Su alcuni punti mi trovo d’accordo con quanto ha affermato lui – conferma -. Ad esempio, che bisogna valorizzare sempre di più i giovani e anche che a Parma sarebbe giusto avere una sola realtà rugbistica a livello seniores».
Quello che, però, la numero uno del GranDucato vorrebbe capire meglio è se «dietro alla
proposta ci sono entrambe le realtà che compongono i Crociati e cioè Noceto e Rugby Parma. Ho letto che Villani sta aspettando delle risposte. Bene, a lui replico che anche noi attendiamo un cenno da parte loro, magari una telefonata, per sederci intorno a un tavolo e discutere. Poi si vedrà». Insomma, l’ipotesi di fusione continua a correre. Finora nessun
placcaggio. Ma siamo solo all’inizio…

Una nuova fusione alla parmigiana?

Da La Gazzetta di Parma

Torna l’ipotesi di fusione. Il sasso nello stagno lo getta Luigi Villani, presidente della Banca
Monte Crociati. La sua, però, non è una provocazione: «E’ una proposta per avere finalmente nel massimo campionato di rugby una sola squadra parmigiana». In pratica è un invito alle società del territorio a formare «una sorta di franchigia per disputare il campionato di Eccellenza e quello nazionale Under 20. Per il resto ognuno sarebbe
autonomo come accade oggi. E poi in questa stagione abbiamo fatto già due fusioni: i Crociati, formati da Rugby Parma e Noceto, e il GranDucato, nato da Gran, Colorno e Viadana, dimostrano che, quando si vuole, si può andare d’accordo». Villani sa quante volte la parola fusione abbia fatto capolino nella storia del rugby parmigiano per poi ritirarsi
sconfitta. «Ma stavolta potrebbe essere diverso – riprende -. Anzitutto si sono stemperate le antiche rivalità. Poi, sia Crociati che GranDucato stanno dimostrando che puntare sui giovani e gli italiani è stata un’idea vincente. Unendo le forze, un’unica realtà potrebbe
ambire a grandi traguardi e essere il trampolino di lancio per tanti atleti magari verso gli Aironi e la nazionale. Noi e il GranDucato occupiamo le zone alte della classifica. Uniti potremmo essere in testa».
Villani non dimentica di citare, tra i motivi che hanno generato la proposta, anche «il
momento di crisi economica (allestire una squadra per l’Eccellenza costa circa un milione e
mezzo di euro e trovare gli sponsor è sempre più difficile, ndr) che ha pesantemente ridimensionato il rugby. Insomma, sarebbe anche giusto mettere insieme le risorse per costruire qualcosa di più grande». Ora aspetta una risposta.
«Credo che i tempi siano maturi – conclude -. Mettiamoci tutti attorno a un tavolo e discutiamone» . La fusione ricomincia a correre. Riuscirà ad arrivare in meta?

Franchigie-Fir, nuove scintille

Elvis Lucchese su Il Corriere del Veneto

E’ la settimana del grande rilancio della Nazionale di rugby, capace finalmente di trovare contro la Francia un risultato di prestigio dopo una lunga serie di sconfitte più o meno onorevoli (5 vittorie su 29 gare il bilancio dell’era Mallett). Per la squadra azzurra il
22-21 ai cugini d’oltralpe è una rondine che fa già primavera, ma il successo non basta a cancellare tutti i problemi del movimento né le tensioni fra i poteri forti del nostro rugby, cioè la Federazione italiana rugby (Fir) e i due club italiani di Magners League (l’ex Celtic), Benetton e Aironi.
Lo scontro cova come la cenere sotto la brace da un pezzo. La franchigia con sede a Viadana
ha cacciato senza troppe cortesie il tecnico imposto dalla Fir, Gianluca Guidi e per contro
il presidente della Federazione Giancarlo Dondi starebbe vagliando lo spostamento di una
realtà di Celtic a Roma (che tra l’altro è un importante bacino di voti per le imminenti elezioni interne).
Il Benetton, che sta disputando una brillante stagione in Magners League, fornisce un robusto contingente di giocatori alla causa dell’Italia ed è costretto a impiegare atleti fuori ruolo nelle gare in coincidenza del Sei Nazioni, ricavandone però solo critiche e bacchettate da parte della Federazione.
«Benetton e Aironi devono ragionare meno da club e più da franchigie, dobbiamo trovare
una comunione tecnica – ha dichiarato Dondi proprio alla vigilia del successo sulla Francia
– è impensabile che Treviso, Viadana e la Nazionale facciano tre tipi di gioco di diverso: se la
Nazionale perde, perdiamo tutti». Sullo sfondo c’è una battaglia di potere che riguarda soprattutto, ma non solo, la gestione dei migliori giocatori italiani. I termini del capitolato firmato dalle franchigie per la partecipazione alla Magners League sono rigorosamente top secret per volontà della Fir, la quale partecipa economicamente alle spese dei club per contratti di atleti e staff. Da parte loro Treviso e Aironi, poco inclini alle ingerenze della Federazione, chiedono da tempo un articolato progetto tecnico per il futuro e cercano per ora di evitare ogni polemica. «Siamo soddisfatti e sereni, crediamo di avere fatto il massimo
in questa stagione non solo per i risultati del Benetton in Magners League, ma anche per
offrire alla Nazionale atleti preparati nel modo migliore sia dal punto di vista fisico che tecnico – sottolinea il presidente biancoverde Amerino Zatta – in questo senso riteniamo di avere rispettato gli impegni presi con la Federazione. Quanto alla “collaborazione” richiesta, attendiamo di conoscere le richieste della Fir in dettaglio. Sulla disponibilità e sulle prestazioni dei giocatori di Treviso in maglia azzurra ognuno è libero di giudicare».
Il riferimento è al telaio della Nazionale marcato Benetton: otto i biancoverdi sul prato del
Flaminio sabato nel trionfo sulla Francia. E biancoverde l’uomo del momento nel Sei Nazioni
azzurro, Fabio Semenzato, il mediano di mischia che lo staff tecnico dell’Italia ha colpevolmente ignorato nelle ultime stagioni. Non depone a favore della lungimiranza della Fir il fatto che «Mozzarella» (il soprannome di Semenzato) non sia stato inserito nelle liste della cinquantina di giocatori di interesse per la Nazionale compilate a maggio, come capitato anche per Barbieri, Burton e Rouyet, tutti fedeli servitori della maglia azzurra in questa stagione. Ora potrebbe vincere il titolo di «Giocatore del Sei Nazioni».

L’under 21, il calcio e il rugby

Dunque nel calcio qualcosa si muove: il ct della nazionale Prandelli – spalleggiato dal presidente del Club Italia Albertini e dal responsabile delle nazionali giovanili Arrigo Sacchi – ha avanzato la proposta di iscrivere l’Under 21 al campionato di Serie B di palla rotonda. Una proposta che ha aperto un qualche dibattito anche nell’altra parte del mondo, quello della palla ovale. Rugby 1823 e Solorugby – ma sicuramente lo faranno anche altri – si chiedono: perché non lo fa anche il rugby? Una domanda legittima e più che sensata. Iscrivere una selezione delle Accademie alla serie A ovale non è nemmeno una idea nuova, se ne parla da un po’ e prima o poi si quaglierà.
Però forse ci di dimentica di due cose: la prima è che il rugby è già molto avanti lungo questa strada di interazione tra club e federazione. Sì, pure quello italiano , anche se con mille limiti e problemi.
Secondo: proprio per quei limiti e problemi il calcio non concretizzerà nulla di quanto si propone di fare. Si tratta di una proposta che sta al di fuori delle logiche che governano quel mondo, sia da parte federale che da parte dei club. Per qualche giorno se ne parlerà sui giornali, poi l’idea – per quanto buona – finirà in un cassetto a prendere polvere.
Quei problemi e limiti invece il rugby li sta affrontando. Magari ci vorrà più tempo che non in altri luoghi per arrivare a rendere tangibile il tutto, ma ci arriveremo. Di certo quell’idea non prenderà la polvere destinata invece all’idea di Cesare Prandelli.

 

 

La crisi del calcio italiano, dove a tener alto l’onore resta solo la multinazionale Inter, è evidente. La mancanza di giovani talenti, l’incapacità di costruire una Under 21 competitiva (siamo stati esclusi dalle Olimpiadi 2012!!!) e l’eccessivo utilizzo di stranieri rischia di portare il calcio azzurro su una china ancor peggiore dell’attuale. Ed ecco le proposte di Prandelli e di Demetrio Albertini, vicepresidente FIGC: una squadra in Serie B composta con gli azzurrini e abbassare l’età massima del campionato Primavera (oggi fissata, appunto, a 21 anni). Insomma, velocizzare al massimo il cammino di crescita dei migliori prodotti dei vivai italiani per dare nuova linfa al calcio e a tutto il movimento.
Idee che si potrebbero applicare pari pari all’ovale. Di una formazione dell’Accademia si sta parlando da mesi e, forse, per la prossima stagione si riuscirà a iscriverla in Serie A. Un primo passo, ma che non può vedere dall’altra parte la nascita di un campionato Under 23, così come non si può ogni anno modificare i tornei, passando da U20 a U19, da U18 a U19, da U21 a… boh. Ormai un atleta a livello mondiale si forma ben prima di ciò che accadeva 20 o 30 anni fa. Ormai i top team e le nazionali più forti hanno in prima squadra elementi di 19-21 anni. Rinchiuderli in campionati giovanili o in serie minori significa ritardare la loro crescita umana e sportiva, creando un gap che poi diventa quasi impossibile colmare. Come più volte sottolineato anche da Andrea Cavinato: i nostri avversari giocano in Top 14, Aviva Premiership e Celtic League; gli azzurri dell’Accademia nel campionato Under 20. Che ci sia qualcosa di sbagliato è evidente a tutti, no?

Un problema chiamato salary cap

Duccio Fumero per Finanza e Mercati

Porre dei limiti agli stipendi dei giocatori per non falsare i campionati nazionali, garantire maggiore equilibrio tra le squadre ed evitare derive che possono, soprattutto in un periodo di crisi economica, portare a fallimenti dolorosi. Il salary cap è uno degli argomenti caldi del rugby europeo, in special modo in Francia e Inghilterra dove questo viene applicato duramente. Nell’Aviva Premiership il tetto è fissato a 4.1 milioni di sterline, circa 4.7 milioni di euro. Un budget non piccolo, ma che contrasta fortemente con gli 8 milioni di euro di salary cap del Top 14,3 massimo campionato francese. Una differenza di quasi il doppio contro cui ultimamente i club inglesi, in prima linea i famosi Leicester Tigers, si stanno scagliando, chiedendo alla Lega inglese di cambiare le regole. Il motivo è l’impossibilità di competere a livello europeo, nella Heineken Cup. I numeri parlano chiaro: nella stagione 2009/2011 ai quarti di finale di Heineken Cup sono arrivate quattro squadre francesi e una sola inglese. In semifinale due francesi che, poi, si sono sfidate per il titolo vinto dal Tolosa. Quest’anno ai quarti sono giunte quattro squadre francesi e due inglesi. Il dominio transalpino è evidente e il motivo pure. Negli ultimi anni gli stipendi dei campioni, di quei giocatori che fanno la differenza in campo, sono cresciuti tantissimo. In Francia l’anno scorso i top 10 player viaggiavano su una media di circa 300mila euro annui, con Johnny Wilkinson che aTolone ne percepisce 400mila netti a stagione. Dan Carter, stella neozelandese, ha ottenuto dal Perpignan 700mila euro per soli sette mesi di contratto. E 2.1 milioni di euro in tre anni prenderà il trentunenne Bakkes Botha l’anno prossimo dal Tolone. Cifre impossibili da raggiungere per club che hanno solo 4 milioni di monte stipendi da spalmare su rose che devono essere ampie, intomo ai 45 giocatori, ma che ora vengono ridotte a 40 per non sforare il tetto. Caso emblematico quello del pilone italiano Martin Castrogiovanni. Considerato uno dei migliori al mondo nel suo molo, dopo anni di militanza nei Leicester Tigers ha avuto un’importante offerta dallo Stade Francois, che avrebbe pagato più di 500mila euro annui a fronte dei 250mila che guadagnava in Inghilterra. La fedeltà alla maglia, l’amore dei tifosi e interessi extra rugbistici a Leicester l’hanno convinto a rimanere, e con un adeguamento minimo del salario. Ma è un’eccezione, una mosca bianca in un panorama che vede il continuo esodo verso la Francia dei migliori giocatori al mondo. Quest’anno si disputa il Mondiale, appuntamento al termine del quale molti rugbisti di Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa monetizzerano il proprio valore andando a giocare in Europa (nell’Emisfero Sud i giocatori sono sotto contratto federale e hanno stipendi molto inferiori rispetto ai campionati europei). Ebbene, i primi movimenti, contatti e contratti stanno già avvenendo e tutti i giocatori puntano alla Francia, dove possono ottenere contratti superiori ai 500mila euro netti. Rendendo il divario in Heineken Cup ancora più ampio. E dall’Inghilterra, ma non solo, si inizia a chiedere l’istituzione di un salary cap a livello europeo.