Giorno: 8 maggio 2017

Guinness Pro12 e Italia, futuro incerto: siamo alle sliding doors?

Alcuni articoli comparsi in Italia e in Scozia preannunciano scenari molto concreti che vedrebbero cambiare non poco il nostro movimento. Con una domanda che non possiamo non farci

La fine della stagione regolare di Guinnes Pro12 è uno degli ultimi passaggi di un’annata tra le più brutte dal 2000 a oggi, per molti la peggiore in assoluto. Qualche ora dopo il fischio finale di Zebre-Benetton Treviso il sito del mensile AllRugby (in gran parte confermato ieri anche dalla stampa scozzese) ha pubblicato un articolo di quelli che confermano quanto la nostra traversata nel deserto sia ancora lunghissima, sempre ammesso che la si sia davvero iniziata. Prima di proporvi alcuni stralci vi metto in fila i punti salienti (lo potete comunque leggere per intero qui):
– nuovi criteri di qualificazione per la Champions Cup, che saranno puramente meritori. Traduciamo: in Champions a chi se lo conquista sul campo, senza alcune rete di protezione geografica e/o di rappresentazione
– la FIR vorrebbe far partecipare una selezione Emergenti alla Qualifying Cup (bella idea, ma poi in Challenge chi ci va? Sempre loro?)
– il board del Pro12 è stufo della nostra non partecipazione alla creazione di profitto e sul tavolo ci sono nuovi scenari che prevedono in alcuni casi anche la nostra esclusione
– il Pro12 parlerà comunque anche nordamericano

L’articolo è ricco di dettagli e se fosse vera soltanto la metà delle cose scritte (e non vedo perché non dovrebbe esserlo, AllRugby è piuttosto dentro le cose federali per avere notizie di primissima mano) ce ne sarebbe abbastanza da chiedersi che cosa il nostro movimento vuole fare da grande.
Per quanto ho potuto verificare ho trovato solo un errore nell’articolo in questione, ovvero quando parlando del torneo celtico dice: “Se vogliamo restare dobbiamo continuare a pagare il vecchio biglietto (tre milioni a stagione, più o meno)”. La cifra che in realtà la FIR oggi paga è di un milione e 250mila euro circa a stagione. Dettagli, nulla che cambi la sostanza della questione.

Ma dicevamo del cosa vogliamo fare da grandi: come ho più volte scritto una vera analisi di costi/benefici della nostra avventura celtica non è mai stata fatta in FIR, si è semplicemente deciso che era un modo per entrare nella stanza dei bottoni e che i risultati in qualche modo sarebbero arrivati. Dopo sette anni abbondanti possiamo dire che le cose sono andate diversamente. Purtroppo.
Quindi: che fare? Rimanere in quel torneo? Oppure tornare a rilanciare una Eccellenza abbandonata a se stessa in questi anni con una infornata di qualche decina di giocatori che inevitabilmente ne innalzerebbero (almeno un po’) il livello e un sistema di finanziamento di buon senso per i club che meglio lavorano sui vivai? Con una progettazione dal respiro di qualche stagione per quanto riguarda la comunicazione e la visibilità televisiva siamo sicuri che nel medio periodo non potremmo ottenere dei risultati migliori di quelli attuali?
Opinione personalissima: io questa certezza che stare nel Pro12 a dispetto dei santi sia sempre e comunque un vantaggio non ce l’ho. Ma è appunto una opinione solo mia, non pretendo certo di elevarla al rango di verità.
Ecco gli stralci principali dell’articolo di AllRugby.

“…è quello della partecipazione alla Champions Cup della prossima stagione: il dodici maggio, il board dell’EPCR dovrebbe approvare all’unanimità (ma il condizionale è sempre d’obbligo in politica) i nuovi criteri di qualificazione per le coppe europee, ovvero la fine delle “quote nazionali” nel PRO12. Alla Champions accederanno le prime sette della classifica senza garanzie di salvaguardia né per questo né per quel paese. Cambia poco, se non per l’Italia: Cardiff (settima) conquista un posto sicuro nel torneo più importante della prossima stagione (è quello che i gallesi volevano), Connacht ed Edimburgo si giocano l’ipotetico accesso nei play off con le settime classificate di Premiership e Top14, mentre le due italiane e i Dragons vanno in Challenge Cup”.

“Alla fine del Sei Nazioni il PRO12, ha indirizzato alla Fir una lettera di forte critica sui modi e i risultati della nostra partecipazione all’ex torneo celtico. (…) la soluzione è stata trovata oltreoceano: ammettere al Pro12 una, o due, franchigie americane. Gli Stati Uniti si sa sono l’Eldorado dello sport professionistico mondiale. 
(…) Il primo luglio l’Italia dovrebbe diventare partner del PRO12 a tutti livelli e dividere con le celtiche oneri e guadagni del torneo. Ma gallesi e scozzesi non ci vogliono. O meglio non vedono perché si debba dividere con noi una torta alla quale in sette anni abbiamo contribuito poco o niente. Non con sponsor di peso, non con il pubblico, non con le televisioni (inutile fare l’elenco dei fiaschi di questi anni, da Dahlia in poi), non con i risultati. Se vogliamo restare dobbiamo continuare a pagare il vecchio biglietto (tre milioni a stagione, più o meno) e portare una squadra a Milano o Roma. Per noi insomma un posto solo, non di più. E a pagamento”.

“(…)Sul tavolo dunque al momento, ci sarebbero tre possibilità: l’Italia accetta di restare nel Pro12 con una sola formazione, l’altra viene sostituita da una formazione americana. Seconda possibilità: l’Italia rifiuta tout court e nel PRO12 entrano, al posto di Zebre e Benetton, Houston e Toronto. Si procede per vie legali, chissà come finirà.
Ultima ipotesi: l’Italia riesce a convincere i propri partner della bontà del suo futuro, Zebre e Treviso restano, e il PRO12, sempre dal 2018/2019, si allarga a 14 squadre, divise in due gironi, una nordamericana per gruppo, il che significherebbe una trasferta transoceanica all’anno per ciascuno dei club europei. 

“Lo scenario fin qui descritto apre un terzo capitolo: PRO12 e Sei Nazioni fanno riferimento allo stesso organismo, The Six Nations Ltd. Non si capisce come il Sei Nazioni non veda che l’uscita dell’Italia dal PRO12 finirebbe per ridurre considerevolmente anche la competitività della nostra Nazionale. La mano destra non sa cosa fa la sinistra? Vogliono metterci spalle al muro anche sul piano internazionale?”

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