Giorno: 19 aprile 2017

Tra Top 14 e Italia montagne di milioni di differenza, ma il vero gap è dietro la scrivania

In Francia sono stati diffusi gli importi dei budget dei club del massimo campionato nazionale. Cifre enormi che però non sono piovute dal cielo, ma sono “figlie” di capacità e preparazione

Da un lato è un “gioco” fin troppo facile, dall’altro però ci consente di fare qualche ragionamento su aspetti che possono anche non sembrare immediati.
Andiamo con ordine: qualche giorno fa L’Equipe ha svelato i budget per la stagione in corso delle squadre del Top 14. Ecco le cifre, in milioni di euro:
1/ Tolosa 31,5
2/ Clermont 30,5
3/ Stade-Français 27,5
4/ Tolone 25,5
5/ Racing92 25,4
6/ Lione 24,6
7/ Bordeaux 24,2
8/ Montpellier 24,2
9/ Grenoble 21,7
10/ Castres 20,6
11/ Pau 19,6
12/ La Rochelle 18,2
13/ Bayonne 16,8
14/ Brive 16,4

Dieci squadre su 14 sopra i 20 milioni di euro, le altre quattro che sono immediatamente vicine a quella cifra o comunque non molto sotto. Questa è la parte facile del giochino, di cui parlavamo prima: se pensiamo che il bilancio dell’intera FIR viaggio sui 45 milioni di euro… Però appunto è una cosa molto semplice, che non tiene conto delle differenze di storia e tradizione che pesano moltissimo, ci si limita alle differenze quantitative di budget. Buone per farci un titolo, forse, ma lasciano davvero il tempo che trovano… Basti pensare che otto delle 16 squadre del Pro D2 della stagione in corso hanno budget pari o superiori a quelle di Zebre e Benetton Treviso (l’Oyonnax nei bilanci previsionali diffusi lo scorso agosto supera gli 11 milioni, Perpignan ne ha quasi 10, Biarritz oltre i 9 e così via), e stiamo parlando della seconda divisione. Il nostro domestic per mettere assieme 7-8 milioni di budget deve riunire tutte e dieci le squadre partecipanti.

Quali sono allora quegli aspetti su cui si possono fare alcuni ragionamenti meno immediati e che hanno però più costrutto di una semplice giustapposizione di numeri? E’ un discorso che riguarda i dirigenti. Perché è vero che la Francia ha storia, tradizione e un bacino importante di tifosi su cui lavorare, ma bisogna anche sottolineare che quella storia, quella tradizione, quel bacino danno i risultati di interesse mediatico e di successo economico che conosciamo perché nel complesso c’è una classe dirigente che ha saputo ben lavorare e sviluppare le specificità e i punti di forza di quel movimento. Solo ieri ho parlato della vicenda San Donà sottolineando come quel caso fosse una cartina al tornasole anche della formazione della nostra classe dirigente, i numeri dei budget delle squadre del Top 14 ci raccontano una storia diversa, quella cioè di club capaci di attirare soldi, finanziamenti, sponsor e un numero molto largo di tifosi, che a loro volta consentono ormai una vendita di diritti tv da centinaia di milioni di euro.
In Francia c’è una base importante da cui partire, ma c’è stato e c’è ancora oggi un gruppo di dirigenti capaci di sfruttare al meglio quella base e tutte le opportunità offerte dal professionismo.

Non che al di là delle Alpi manchino magagne, problemi, comportamenti discutibili e autentici filibustieri, anzi, però forse sarebbe corretto che in Francia ci sono ANCHE quelle cose. Perché accanto alle difficoltà troviamo il dinamismo, la creatività e una capacità che dalle nostre parti vediamo in maniera davvero molto saltuaria, ad essere buoni. Certo che una situazione con tanti vantaggi come quella francese spinge in maniera costante verso un miglioramento delle condizioni, è più difficile far partire un circuito virtuoso in un movimento come quello italiano che ha difficoltà ad attirare capitali e interesse, ma le due situazioni sono anche figlie del livello qualitativo delle rispettive classi dirigenti. Il salto di qualità tecnico che abbiamo mancato una volta entrati nel Sei Nazioni lo abbiamo mancato anche a livello dirigenziale: siamo entrati nella stanza dei bottoni ma il nostro approccio è rimasto quello del rugby pane e salame. Gli altri viaggiano ad altre velocità. Sì, ok, la metto giù un po’ grossa, però quello che voglio dire credo sia chiaro.
Parliamo spesso di migliorare la nostra filiera, di aumentare la preparazione di tecnici o il numero e le capacità dei nostri giocatori, ma senza una classe dirigenti di livello anche quel tipo di carburanti potrebbero non dare risultati duraturi. I dirigenti sono la conditio sine qua non del successo nel tempo di una singola società. O di un intero movimento.

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