Giorno: 3 aprile 2017

Tra campo e soldi: Zambelli medita l’addio e – senza volerlo – ci dice che il nostro rugby non è sexy

Dal profilo twitter della Rugby Rovigo

Il presidente del Rovigo ha ribadito in una intervista che probabilmente a fine stagione lascerà. E i motivi addotti devono far pensare, perché in realtà riguardano un panorama che abbraccia uno spazio molto più ampio del solo Polesine

Un paio di giorni fa il presidente del Rovigo Francesco Zambelli ha rilasciato al Gazzettino una intervista in cui diceva “C’è da decidere quale sarà il futuro della Rugby Rovigo nel nostro piccolo Polesine, perché qui siamo relegati. Sto riflettendo molto (…) ll mio ruolo non mi sta più bene, c’è qualcosa che non quadra più. Non ho rimpianti, anche se gli scudetti potevano essere due o tre. Ora, però, ci sono tante cose che vanno valutate. Con un po’ di buona volontà credo si possa ancora puntare a un buon futuro rugbistico per il Polesine, ma non penso sarà un futuro con me. Far parte di un rugby di basso livello non mi piace“. Poi una battuta su un comitato a cui i presidenti dei club vorrebbero dar vita per dialogare con la FIR in maniera unitaria, una sorta di Lega in versione parecchio ridotta, minimale a essere buoni. Una idea che non piace a Zambelli: “Avrà l’ardire di proporre e chiedere cose che la Fir non potrà o non vorrà fare. Tutto si risolverà in un attivismo di facciata, è un organismo che non fa parte della Federazione. Forse qualcosa in futuro si potrà ottenere. Ma ormai la cosa non mi riguarda”.

L’intervista non ha avuto una grande eco, a mio personalissimo parere per due motivi: non è la prima volta che Zambelli parla di lasciare il suo attuale ruolo e poi perché è stata pubblicata il primo di aprile, giorno dei “pesci”. Probabilmente qualcuno si è pure chiesto se fosse vera o finta (tranquilli, ho verificato: è vera, non era un pesce).
Le parole del presidente dei Bersaglieri però dovrebbero stimolare una qualche riflessione e non tanto sul fatto se e come Zambelli sarà ancora il più alto dirigente dei rossoblu. Quello, può sembrare un paradosso, è secondario. Perché a me la figura di Zambelli sembra paradigmatica del momento (sì, vabbé, un luuuuuungo momento) di difficoltà del nostro rugby: un imprenditore che in questi anni ha versato nella palla ovale una quantità non indifferente di risorse finanziarie e che ora vuole togliersi dal giro che conta. O che dovrebbe contare. Magari mi sbaglio, ma probabilmente Zambelli è l’uomo che più ha investito nel rugby italiano dopo Luciano Benetton in queste ultime stagioni, e il nostro rugby lo sta per perdere.

Intendiamoci, a me qui non interessa Francesco Zambelli in sé, ma la figura che rappresenta. Il presidente del Rovigo probabilmente lascerà – lo dice da almeno un anno – perché “far parte di un rugby di basso livello non mi piace”. Parole che sono il proverbiale dito nella piaga: a parlare infatti è il presidente della società campione d’Italia, una delle più prestigiose per storia e tradizione del nostro rugby. Rovigo oggi è la terza/quarta squadra del nostro movimento, nazionale esclusa. L’uomo che ha messo tempo e denaro negli ultimi anni ora vuole farsi da parte perché non ci sono prospettive di crescita, sportiva ed economica. Ed è davvero difficile dargli torto.
Zambelli parla di un problema che tutto sommato è privato, personale, ma facendolo in realtà scatta una fotografia delle tare della nostra Ovalia. Una fotografia davanti alla quale ci si chiede: “perché un qualsiasi imprenditore, o un’azienda, dovrebbero destinare le proprie risorse al rugby?”. Quali sono oggi, concretamente, i più e i meno in una ipotetica lista?
Le Zebre in un lustro non sono riuscite a trovare sponsor in grado di garantir loro l’autonomia finanziaria. Ma che dico, la sopravvivenza. A Parma, una delle città con il tenore di vita più elevato d’Italia. Le nostre squadre perdono troppo, quasi sempre, la copertura mediatica è quella che è e normalmente se sugli spalti ci sono duemila persone (cifra che per il nostro massimo campionato nazionale va dimezzata) dobbiamo essere contenti. Molto contenti.

Per come sono messe le cose e per le attuali prospettive a media scadenza Zambelli a Rovigo non può ottenere molto di più di quello che ha oggi. Dice: sì, ma lo sapeva anche prima. Vero, però forse sperava in un miglioramento. Da anni si dice che l’Eccellenza langue, ma finora di proposte concrete per farla davvero salire di livello non ne ho viste. Da parte di nessuno. E allora uno si fa i conti in tasca e scopre che no, probabilmente il gioco non vale la candela, nonostante la passione.
Il rugby italiano deve darsi una prospettiva di crescita, a tutti i livelli: cosa vogliamo essere tra 5 anni? E tra 10? E poi verificare quegli obiettivi con step intermedi. L’alto livello deve iniziare a produrre risultati, leggi vittorie, perché quelle portano interesse mediatico, nuovi sponsor e gente sulle tribune. E bisogna far sì che non si proceda per compartimenti stagni, che ci sia una qualche mobilità o prospettiva di crescita per chiunque. Perché altrimenti oggi succede che Zambelli se ne va e non è affatto detto che se ne trovi un altro che investa le stesse cifre.

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