Giorno: 6 marzo 2017

Allenatori e giocatori, quando la consapevolezza è una parola sconosciuta o quasi

coach

Qualche giorno fa leggendo un quotidiano mi sono imbattuto in una polemica a distanza tra Renzo Ulivieri e Damiano Tommasi, rispettivamente presidente dell’Associazione Italiana Allenatori e numero uno dell’Assocalciatori. Il tema su cui i due dibattevano era l’appoggio del primo a Carlo Tavecchio nella corsa alla presidenza della FIGC, di cui quest’ultimo è presidente uscente.
Ora, potete immaginare che in questo spazio web del chi vuole sostenere chi e perché per decidere chi dovrà guidare il calcio italiano nei prossimi 4 anni frega abbastanza poco. Non è il mio core business. Però quell’articoletto ha acceso una lampadina che potrebbe essere riassunta sotto la definizione di “consapevolezza”. Mi spiego meglio: nel disastrato e rutilante mondo del calcio, dove spesso i personaggi più importanti assomigliano a una corte di nani e ballerini degni di “Freaks”, esistono aspetti da cui il rugby può e deve imparare e uno di questi è appunto la consapevolezza che allenatori e giocatori hanno. Gli atleti e i tecnici si interessano della res pubblica della palla tonda. Non tutti, non sempre, va da sé, ma quella cosa c’è.

Si dirà che Ulivieri e Tommasi sono i vertici di due enti preposti che nascono e vivono per quel compito, che ci sarebbe da stupirsi se dicessero cose diverse e/o se non si interessassero del futuro “politico” del calcio italiano. Cosa verissima, ma qui viene il paragone con il nostro rugby dove un vero e proprio sindacato autonomo e combattivo esiste in realtà solo da una manciata di anni (no, l’AIR non lo era nella concretezza del day by day, sempre appiattito su posizioni poco “fastidiose” per la FIR, poco interessato ad ampliare i suoi angusti spazi di manovra) mentre non esiste alcun tipo di associazione paragonabile a quella che unisce i tecnici del calcio.
Noi abbiamo in Consiglio Federale dei rappresentanti di allenatori e giocatori, ma senza un qualcosa di più strutturato alle loro spalle non possono fare un granché, spesso non hanno nemmeno la reale consapevolezza – appunto – del loro compito. Non è un qualcosa di cui si può addossare la responsabilità al singolo di turno in questione, perché non c’è una “tradizione” o una cultura che spinge in quel senso.

Non è un problema di poco conto: quelle due categorie sono fondamentali per il nostro movimento, per il peso specifico in termini quantitativi e qualitativi, ma anche per una questione meramente mediatica. Una istanza di rinnovamento portata avanti da un ex giocatore di un certo peso con alle sue spalle una degna associazione di questo nome avrà una eco e una forza inevitabilmente maggiore rispetto a un qualsiasi pezzo di carta portato in consiglio federale da un rappresentante lasciato a se stesso. Lo stesso dicasi per quanto riguarda gli allenatori.
L’avvento di GIRA è un qualcosa che non può che fare che bene al rugby italiano. Il mio non è un giudizio di merito sulle proposte del sindacato che rappresenta oggi praticamente la totalità dei giocatori celtici e tantissimi dell’Eccellenza, ma un riconoscimento all’importanza dell’esistenza di un’associazione così. Serviva e basta.

Il percorso da fare è ancora lungo, soprattutto nella mentalità dei diretti interessati, allenatori e giocatori. In particolar modo per quest’ultimi, che per una mera questione anagrafica sono generalmente meno maturi ed esperti.
Un esempio. Vi ricordate della “rivolta di Villabassa”? Presumo di sì. I giocatori della nazionale chiedevano tra le varie cose anche il riconoscimento del diritto di voto, oggi precluso per chi milita nelle due franchigie o all’estero. Il motivo di questo mancato diritto? Il fatto che non giochino in campionati nazionali: molti di loro vestono la maglia della nazionale ma non possono votare per il Consiglio Federale. Dove ci sia una logica in tutto questo…
In sede di trattativa la FIR su questa cosa ha soprasseduto e né GIRA né giocatori hanno combattuto più di tanto. Forse i temi più caldi e urgenti sono altri, può essere, ma quel diritto è altamente simbolico e se una categoria intera non se ne rende conto, beh, a mio modestissimo parere è un problema. Un problema proprio culturale, profondo. E’ sintomo di una mentalità ancorata a un mondo superato quasi ovunque e che poco ha a che fare con il professionismo.
La consapevolezza è un passo importante nella crescita e nella maturazione di un movimento, è la conditio sine qua non per affrontare in maniera organica e non episodica o estemporanea i problemi e le criticità del movimento ovale nel 2017. Non rendersene conto non causerà forse molti problemi nel breve periodo, ma sul medio-lungo è cosa ben più che dannosa, è tafazziana.

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