Le voci che da giorni volevano l’allenatore e direttore generale del Rugby Reggio, Roberto Manghi, in partenza per altre destinazioni hanno trovato una conferma. Manghi ha assunto l’incarico di direttore della nuova franchigia europea che verrà gestita direttamente dalla Federazione rugby e che prenderà da settembre il posto degli Aironi nella Celtic League.
Per il Rugby Reggio si aprono a questo punto diverse prospettive, tutte nell’ottica di confermare l’ottimo risultato nel suo primo campionato di Eccellenza. Intanto per quanto riguarda la parte tecnica il presidente Giorgio Bergonzi adesso è chiamato a individuare il sostituto di Manghi alla guida dei Diavoli. Si fanno già alcuni nomi, almeno un paio dei quali conoscono molto bene la realtà reggiana. Il candidato numero uno al momento appare Sandro Ghini, parmigiano, artefice all’inizio degli anni Duemila del passaggio di Reggio in serie A (erano i tempi dell’arrivo del giovane Leaega e dell’altro samoano Motu), ritornato poi nella città d’origine con il Rugby Parma. Ghini di recente ha terminato il proprio rapporto con la Federazione. Altro possibile sostituto di Manghi è Mari, l’allenatore che solo tre anni fa ha ottenuto una sorprendente promozione con Reggio dalla B alla A2, in una
stagione in cui pochi si sarebbero aspettati risultati tanto lusinghieri. Dopo una stagione
nel settore giovanile del Viadana, Mari l’anno scorso ha allenatore il Rugby Mantova e ora
potrebbe ritornare a Reggio. Altro possibile candidato è il neozelandese naturalizzato italiano Rima Wakarua, apertura della nazionale ai mondiali del 2003 e fino a sabato scorso in forza ai Cavalieri Prato. Wakarua, primo marcatore nel campionato di Eccellenza, non è
più giovanissimo e per lui il passaggio dal campo alla panchina risulterebbe quanto meno naturale, senza dimenticare la possibilità di un suo impiego sia nel ruolo di giocatore sia in
quello di allenatore. Tuttavia il suo arrivo da Prato (del quale si era parlato anche un anno fa) pareva più legato al permanere a Reggio di Manghi, al quale è legato da un rapporto di buona conoscenza e di amicizia che risale al tempo in cui entrambi erano al Gran Parma.
(…) Per il momento non c’è alcuna certezza nemmeno sul luogo in cui la franchigia federale giocherà le partite di Celtic League e di Heineken Cup (la Coppa dei Campioni). Lo stadio di Parma sarà presto indisponibile per lavori e quindi la scelta, provvisoria, potrebbe cadere nuovamente su Viadana che ha un impianto a norma (…)
Giorno: 25 Maggio 2012
Tuttineri al Beccaria con l’ASR Milano. Un film per farli diventare “All Bec”
Paolo Foschini per Il Corriere della Sera Milano
L’episodio risale a due anni e mezzo fa, ma era sempre rimasto chiuso dentro i ricordi di chi lo aveva vissuto: cinque rugbisti della nazionale più forte del mondo, la Nuova Zelanda degli All Blacks, e un gruppo di ragazzi detenuti ai Beccaria. Quei cinque erano stati invitati a fare la loro «Haka dance» di guerrieri maori dentro il carcere minorile di Milano e a scambiare qualche azione di gioco con la giovane squadra che già da qualche tempo, là dentro, era
stata messa insieme dai volontari dell’A.S. Rugby Milano. La cosa straordinaria, se riuscite a immaginarla, è che quando i due gruppi si trovarono in campo l’uno di fronte all’altro furono proprio questi ultimi — ragazzini da scippo, facce da gatti e vita affamata negli occhi — a guardare i campioni con aria di sfida per dir loro: «Non avete paura a giocare con noi?». Ci mise qualche secondo, in verità, il pilone degli ll Biacks a rispondere con un sorriso: «No». La storia è solo un piccolo tassello delio struggente documentario intitolato con azzeccata ironia All Bec – Il senso di una meta: cortometraggio di Giorgio Terruzzi, Susanna Nasti, Marco Pastonesi e Davide Artusi che racconta quattro anni di
esperienza sportiva con i ragazzi del Beccaria. Il rugby come educazione alla vita. Con appuntamento ai campionato che, ogni volta, inizia fuori.
La foto del giorno: Brian O’Driscoll e la gioia più bella
Benetton Treviso, un sacco di azzurro e problemi prevedibili
Il club trevigiano a ogni convocazione azzurra “regala” circa 15 giocatori all’Italia. Tra qualche mese saranno molti di più. Perché la società biancoverde ha portato – o sta portando alla Ghirada – una manciata di giovani che se ancora non sono nel giro della nazionale prima o poi ci arriveranno. Parlo dei vari Morisi, Campagnaro, Esposito, Ambrosini…
Poi ci sono i fuoriusciti di Viadana: De Marchi, Favaro, Toniolatti, Geldenhuys sono i nomi che circolano, ma la verità è che dalla riva del Po sono tantissimi quelli che hanno lanciato messaggi decisamente espliciti al Benetton. Un po’ di loro vestiranno il biancoverde di sicuro. Paradossalmente l’anno prossimo, almeno all’inizio, sarà molto più “azzurra” la franchigia veneta che non quella federale che si sta costruendo altrove ma probabilmente non molto lontano da Viadana. In FIR sembra che stiano pensando a una formazione completamente italiana e molto giovane, una sorta di naturale prosecuzione delle Accademie. Lo si fa per una ragione strategica, di organizzazione in una tempistica medio-lunga, e per una ragione economica, perché la franchigia costa parecchio. Quindi è molto probabile che la FIR non si intrometterà in questa specie di transumanza, comunque non questa estate.
Una transumanza che comporterà non pochi problemi in Veneto nei mesi in cui sarà impegnata la nazionale, con momenti in cui saranno via anche 20 o più giocatori. Fondamentale in quel momento sarà la gestione dei permit player, cosa che diventerà il termometro delle tensioni tra FIR e Treviso, al momento messa un po’ in disparte per via del Caso-Aironi. Come la penso sulla gestione dei permit è noto, a mio avviso servirebbe una rivoluzione copernicana. Per novembre sarei già felice di vedere un bell’allargamento della rete. Il clima “elettorale” potrebbe aiutare, ma il condizionale è d’obbligo.


