Video: la festa degli All Balcks “a caldo”

Uenuku – Fern Pride, la bandiera della Nuova Zelanda può cambiare

di Stefania Mattana

Sapreste distinguere la bandiera neozelandese da quella australiana? E non stiamo parlando di quella con la felce argentata o del Wallaby a sfondo giallo, ma delle bandiere ufficiali.
Un occhio poco allenato, o quello che le vede da una certa distanza, potrebbe non distinguerle, dato che le differenze sono davvero poche. Ecco allora che scatta in Nuova Zelanda quello che mi piace chiamare il Fern Pride, cavalcando l’onda del mondiale di casa con gli All Blacks in finale. Ho letto diversi dibattiti online e parecchi articoli e blog in cui si propone ai neozelandesi di cambiare bandiera. E il parallelismo corre ai canadesi, che la hanno cambiata nel 1965 con la attuale foglia d’acero su sfondo rosso e bianco.

Il Fern Pride potrebbe essere definito dai sociologi – se mai lo studiassero – un fenomeno di massa spontaneo, di quelli che ai giorni nostri sono rari. Non è virale, non è mediato dagli strumenti di comunicazione, non è stato condizionato dall’opinione pubblica né tantomeno dagli organi politici, che non hanno espresso nessun voto in Parlamento e nemmeno sottoposto ai cittadini un referendum per cambiare bandiera. Semplicemente, durante la Coppa del Mondo si è assistito, per le strade della Nuova Zelanda, a un fiorire più roseo del normale di bandiere nere con la felce argentata.

Il blogger ed ex parlamentare kiwi David Farrar elenca sul suo spazio web due ragioni per cui la Nuova Zelanda dovrebbe cambiare bandiera sostituendola con la felce.
La prima, che ho già accennato, è quella dell’eccessiva somiglianza dell’attuale bandiera a quella australiana. Mai dire a un neozelandese che Australia e Nuova Zelanda sono la stessa cosa! La loro (relativa) vicinanza geografica, e non solo, ha significato una somiglianza nella bandiera, e per i neozelandesi distinguersi anche in questo modo significa affermare al mondo, ancora una volta, l’assoluta indipendenza e affrancamento dal cugini Aussie.
Il secondo motivo esposto da Farrar è di tipo estetico: la felce è più bella e più chiara rispetto alla Croce del Sud con la Union Jack da un lato. Come il Canada, la nazione si identificherebbe attraverso un simbolo molto forte che ne descrive l’identità.

Personalmente, se si parla di identità nazionale, aggiungerei un terzo motivo. Non ho incontrato molti neozelandesi fuori dalla Nuova Zelanda, ma quelli che ho incontrato portavano sempre con sé una bandiera nera con la felce d’argento. Un po’ come i sardi, che non si separano mai dai loro quattro mori. Lo specchio identitario dei kiwi si riflette moltissimo nella felce, che trova nelle antiche radici Maori il suo significato più vivo. Inoltre, è inutile far finta che la Nuova Zelanda non sia legata a doppio filo con il rugby, e con ciò che gli All Blacks – e la loro bandiera – rappresentano all’estero, come parte fondamentale nella costruzione dell’appartenenza dei neozelandesi alla loro nazione.

Se poi dobbiamo anche strizzare maliziosamente un occhio al solito marketing, ormai paranoicamente onnipresente nella nostra società, il cambio di bandiera risulterebbe anche un ottimo terreno per il mercato. E non si parla solo di gadget, perché una volta divenuta bandiera a tutti gli effetti, la felce assumerebbe anche altri connotati quasi “sacri” anche all’interno delle vicende legate allo Stato.

Insomma, il Fern Pride ha dimostrato che la rivoluzione dei costumi viene dal basso, in questi anni Duemila ancora di più che nei decenni precedenti. Il popolo neozelandese è pronto, il mercato globale – in eterna crisi economica – pure. Chissà che prima o poi non si sentano pronti  anche quelli che guidano la nave di Aotearoa.

Fotografia da un Mondiale

Il problema sono i dettagli. Sono così importanti che rischiano di farti perdere il senso generale. Perché uno si perde via facilmente. Proviamo a metterli in fila:

– Alla fine ha vinto la squadra che nel corso del torneo è stata più equilibrata e costante
– Hanno vinto gli All Blacks meno All Blacks degli ultimi anni: il gioco spumeggiante, quello con i trequarti che devastano le difese avversarie si è visto solo con gli avversari più abbordabili, praticamente mai con quelli più quotati. Non che sia un male, intendiamoci: abbiamo visto degli All Blacks umili come non mai, “terrestri” mi viene da dire. Non sono stati gli All Blacks che ci si aspettava, tutto qui, ma hanno vinto: il praticamente perenne confinamento di Sonny Bill Williams in panchina è solo il segno tangibile di questa “conversione”.
– Come ha detto bene Duccio Fumero sul suo Rugby 1823, ha vinto la Nuova Zelanda ma grazie un gioco all’europea.
– La finalissima è stata conquistata dalla squadra che ha meritato il torneo, ma che negli 80 minuti di Auckland non ha meritato la vittoria. Al contrario all’Eden Park c’era una squadra – la Francia – che per quello che si era visto prima non sarebbe dovuta arrivare in finale, ma che proprio la finale avrebbe meritato di vincere.
– Fuori dalla finale è rimasta la squadra più bella e spettacolare vista al torneo: il Galles. La squadra di Gatland è la “vincitrice morale” del torneo. In tanti l’hanno paragonata ai Pumas del 2007, che giunsero terzi. Un paragone che ci sta, ma i gallesi hanno fatto una cosa ancora più straordinaria degli argentini: venire in Nuova Zelanda e superare gli stessi All Blacks sul loro terreno, quello dello spettacolo. E se lo sostiene un tifoso dei Pumas come me…
– Siamo arrivati a un ricambio generazionale di vaste proporzioni, con intere squadre che cambieranno faccia. Cosa che avviene spesso dopo un Mondiale, ma forse non in maniera così massiccia. Delle grandi rimane fuori praticamente solo l’Australia, che ha un’età-media bassissima nei suoi giocatori-cardine. Altre, tipo Irlanda o Sudafrica, le vedremo completamente rivoluzionate.
– Un capitolo a parte meriterebbe l’Inghilterra, venuta in Nuova Zelanda con lo spirito di una gita scolastica. Oppure l’Australia, la vera grande delusione del Mondiale: arrivata al torneo con la nomea di macchina da spettacolo si è spesso limitata a fare il compitino. Ma sono sicuro che nel 2015 sarà la squadra da battere (vedi età anagrafica di cui sopra).
– Gli arbitri. Bravissimi nella prima fase, qualche sbavatura di troppo nella seconda, ma solo una partita – per quanto importante – è stata completamente sbagliata (Sudafrica-Australia). Poi tanti episodi discutibili, ma questo fa parte delle regole del gioco, no?
– Richie McCaw. Giocatore straordinario, forse l’All Black più forte di sempre. Non ha giocato forse ai suoi elevatissimi standard, frenato anche da qualche malanno fisico, ma ha saputo permeare l’intera squadra del suo spirito: tenace, umile e capace di grandissime giocate. Il rovescio della medaglia è che gli viene concesso troppo dagli arbitri, è una sorta di giocatore a “statuto speciale”. Spessissimo in fuorigioco nelle ruck senza quasi mai subire un fischio contro. E poi c’è il brutto intervento su Parra. Come sostengono quelli di Right Rugby (qui invece potete vedere il video) non si “sospetta” dell’intenzionalità dell’intervento, ma per una roba non troppo dissimile Ghiraldini si è beccato 15 settimane di squalifica. Scommettiamo che non succederà nulla?

Ma appunto mi stavo perdendo nei dettagli. Cosa ci dice la fotografia generale? Che non è stato un Mondiale bellissimo sul piano del gioco. Tri-Nations e Sei Nazioni sono meglio, ma forse la “colpa” è dell’importanza della manifestazione. E che alla fine ha vinto la squadra che lo ha più meritato. Forse. Perché quel Galles…

Video: e Piri si mette a ballare