Il responso più duro per Joost van der Westhuizen

Pochi anni di vita: cinque se va bene, due alla peggio. Il responso dei medici è di quelli che non lasciano speranze. Joost van der Westhuizen, oggi quarantenne e 89 presenze con la maglia della nazionale sudafricana, ha la Sla, evidentemente in una forma tra le peggiori.
Non mi vengono le parole.

 

L’Italrugby e quella voglia di rivoluzione copernicana

L’editoriale di Gianluca Barca sul numero di All Rugby in edicola

E se rimettessimo il gioco, oltre che i numeri, al centro del progetto del nostro rugby? Dopo una quindicina di anni in cui obiettivo strategico del movimento è stato aumentare le risorse e il numero dei tesserati, allargare la conoscenza del pallone ovale presso un pubblico più vasto (tutti obiettivi, va detto, brillantemente raggiunti), accrescere le misure dei giocatori, e in qualche modo, anche i loro legittimi guadagni, adesso è arrivato il momento di tornare a parlare del rugby giocato, non solo di budget, di marketing, di comunicazione, di chili e di statura.

Che siamo cresciuti, nessuno può contestarlo, ma continuare a dirci che una volta giocavamo col Marocco e la Tunisia, talvolta con la Spagna e la Polonia, non serve più. Alla vigilia della stagione che celebrerà la nostra tredicesima partecipazione al Sei Nazioni (2012), nessuna squadra italiana ha mai passato il primo turno di una coppa europea, la Nazionale vince, se va bene, una partita su quattro, e, anche a livello juniores, fatichiamo a ritagliarci qualche vera soddisfazione. Soprattutto non esiste una scuola di gioco “all’italiana” . Le squadre italiane, siano esse club, franchigie o rappresentative nazionali, non solo vincono poco, ma provano poco, o pochissimo, a giocare un rugby di movimento: in Europa, Treviso e Aironi hanno segnato meno mete di chiunque altro e il Campionato di Eccellenza è l’unica competizione in cui ai primi posti della classifica dei marcatori di mete figurano due tallonatori. Anche ai recenti Mondiali U20, gli Azzurri sono stati la squadra che ha segnato di meno.

Se con la Celtic League pensavamo di aver risolto i nostri problemi è bene che cominciamo a guardare agli effetti che le franchigie a gestione mista hanno avuto in Galles, dove la litigiosità tra pubblico e privato resta all’ordine del giorno, la Nazionale boccheggia, i giocatori migliori si trasferiscono in Francia e gli U20 ne hanno presi 92 (a zero!) dai “Baby Blacks” a Rovigo, oltre a essere stati sconfitti dalle Fiji che, in quanto a risorse, meglio non parlarne. Se viceversa il modello che volevamo imitare era quello irlandese allora sarà il caso di cominciare a copiarne senza esitazioni e tentennamenti gli aspetti più virtuosi, a partire da un’accurata programmazione centrale, dalla quale discendono gli obiettivi delle province, delle Accademie, la gestione dei giocatori, il tutto sottoposto a rigide verifiche e all’analisi dei risultati. Quello che non funziona, si cambia. È ora che il rugby italiano, anche a livello tecnico, si dia una sola voce, che parli alle nazionali, alle franchigie, alle Accademie e ai club che ci vogliono stare. Quelli che vogliono fare da soli si arrangino. E che il gioco torni centrale nel piano strategico, più della gestione amministrativa, economica e politica del movimento. I tifosi che al Battaglini e al Plebiscito, in occasione delle finali di campionato e dei Mondiali U20, hanno fischiato sonoramente il presidente federale, dovrebbero poter spiegare quali scelte della Fir meritano la contestazione (sempre legittima) da parte della piazza, cosa le due città, la regione, avrebbero saputo e potuto fare meglio in termini di gioco e della sua qualità se la gestione fosse stata meno centrale, con quali risorse si sarebbe agito, uomini, mezzi e abilità. Viceversa restiamo perennemente ancorati alla bega di quartiere e facciamo la parte dei polli di Renzo “quelle quattro teste spenzolate le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. Ben venga allora Jacques Brunel se la firma sotto il progetto sarà la sua, ma dobbiamo dirci finora che da solo, neppure lui potrà fare miracoli. Il rugby italiano deve scegliere: o andare tutti nella stessa direzione, senza infingimenti, opportunismi, egoismi o continuare a svolazzare in ordine sparso. Ma attenzione, esaurita la nostra proverbiale carica di simpatia, anche gli stranieri ora ci misurano sul contributo che possiamo dare alla causa dello sport. Non basta una vittoria qua e là, occorre dimostrare che sappiamo giocare e ci teniamo a farlo bene.

Video: Mondiali, una storia da estremo

Video: e l’Argentina trasformò gli All Blacks nei Village People…

Petrarca, in panchina ci sarà ancora Presutti

Alberto Zuccato per il Gazzettino di Padova

Alla fine il Petrarca lo allenerà ancora Pasquale Presutti. Manca l’okay ufficiale del coach dello scudetto, ma la cosa si può dare per certa, in quanto Billy Millard, il “guru” australiano che doveva venire a Padova, ha firmato un contratto con il Connacht, franchigia irlandese di primo livello. Forse Presutti avrebbe allenato lo stesso la prima squadra, forse no. Comunque sia, il tecnico abruzzese ha sempre detto che avrebbe accettato qualsiasi incarico gli fosse stato proposto, che era a disposizione della società. Quindi, nessun dubbio che sarà lui a guidare i campioni d’Italia. Come è giusto. A prescindere dal valore di Millard. L’ufficializzazione ci sarà la settimana prossima, quando sia Presutti sia il presidente Enrico Toffano, torneranno dalle vacanze. (…)
A parte il terza linea Lance Persico, ingaggiato il mese scorso, il solo altro acquisto ufficiale del Petrarca è il pilone Flavio Damiano, che giocava a Rovigo, ma che ha già indossato la maglia bianconera. Damiano va a rinforzare un settore che dopo le partenze di Chistolini (Gluocester) e Fazzari (Benetton) è alquanto sguarnito. Di sicuro il Petrarca dovrà prendere altri giocatori di prima linea. E non solo, visto che i partenti sono stati più del previsto. Oltre ai già citati Chistolini e Fazzari, se ne sono andati Mercier, Fletcher, Acuna, Galatro, Sodini, Favaretto e Borgata; per quest’ultimo, che fa fatica ad allenarsi regolarmente per problemi di lavoro, la dirigenza cercherà di trovare una soluzione. Il diesse Corrado Covi ha parecchi nomi sul taccuino e con qualche giocatore è sul punto di chiudere la trattativa. Ma ci va con i piedi di piombo, perché già in un paio di occasioni è stato “scippato” in extremis; ad esempio con Andrea Marcato (che era il possibile sostituto di Mercier) che alla fine ha firmato con il neopromosso e ambiziosissimo Calvisano, che sarà allenato dall’ex tecnico della nazionale Under 20, Andrea Cavinato.